Ricordi della nevicata del ’56 a Castiglione

La nevicata di questi giorni, al di là dei problemi reali intervenuti per la popolazione e le solite inutili polemiche politiche, per alcuni di noi è stato un e vento che ha stimolato l’osservazione più attenta del nostro paese “Castiglione in Teverina” da punti diversi: grazie a coloro che hanno scattato e pubblicato su facebook  foto di scorci, angoli, piazze e strade innevati, li abbiamo apprezzati e goduti.
Per altri di noi tutto ciò ha rievocato ricordi del passato, vissuti di  infanzia, particolarmente per coloro che, data l’età, hanno avuto modo di vivere la famosa nevicata del 1956. (FOTO)
Erano altri tempi, altri contesti socioeconomici, sicuramente soffrivamo il freddo molto di più non tanto per i diversi gradi di temperatura piuttosto che non ci si poteva riscaldare come oggi, con i mezzi moderni.
Per quelli come noi che hanno ricordato luoghi e momenti del passato e per coloro che vivono il presente a Castiglione, le foto e gli aneddoti hanno stimolato interessanti momenti di conversazione.

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Marcello Camilli

  • Avete qualche aneddoto o ricordo particolare sulla nevicata del 1956? Facciamo una raccolta da pubblicare sul sito. Io porto ancora un segno indelebile sulla mia mano sx: una cicatrice causata da una bella ferita da coltello che utilizzavo per tagliare una tavola con cui avrei voluto costruire uno spazzaneve. Ricordo che oltre al male mi son beccato anche due schiaffoni da mio padre perchè poco prima mi aveva avvisato del rischio a cui andavo incontro.

Rossana Caprio

  • io ricordo che avevamo il porchetto conigli e polli non fu possibile andare a dargli da mangiare e morirono tutti per noi che non avevamo niente fu un disastro.

Giuseppe Scorsino

  • Io mi ricordo che era il 2 di febbraio ed eravamo a scuola, facevo la terza elementare. Verso le 10 ci hanno mandato a casa perchè nevicava forte. Siao rientrati a scuola dopo S. Giuseppe. A pranzo ho mangiato la polenta che aveva fatto la mì mamma,(era il compleanno di mia nonna ecco perchè mi ricordo del 2 febbraio). Poi nelle circa 50 giorni successivi, tutta festa per noi ragazzi, ma anche per i grandi perchè per molti giorni non lavorava nessuno eccetto spalare la neve. Mi ricordo all’alberette che forse luigino aveva fatto un grande pupazzo di neve e noi ci giocavamo intorno. poi con i coperchi dei gas e delle stufe ci facevamo lo slittino e giù per il rivellino tutto il giorno. Poi si andava a casa tutti bagnati e le mamme giù schiaffi. Comunque per noi era una festa. Io poi ero sempre alla piazza e agli alberetti, Adesso basta mi viene nostalgia di quei tempi.

Filippo Formica

  • Scrivere di un avvenimento avvenuto ben 56 anni fa è difficile, ma quella grande nevicata credo sia stata indimenticabile per molti. Io avevo 6 anni e mezzo e probabilmente era la prima volta che vedevo la neve. Mi ricordo che Il paesaggio mi sembrava quasi irreale, tutto era bianco anche il cielo. Per noi bambini era tutto molto bello, e anche in quella situazione inventavamo i giochi più fantasiosi. Per uscire di casa il babbo scavò con la pala un varco tra la neve, come fecero pure tutti gli altri abitanti del borgo che alla fine sembrava di stare in una lunga trincea. I camini nelle case erano accesi e per tutto il paese si sentiva l’odore tipico della legna bruciata. Io ero contento che le scuole fossero chiuse perché così potevo andare con mio fratello a mettere le trappole (taiole e pietrangole) per gli uccelli nell’orto di casa mia per poi controllarle dalla finestra della camera. Spesso non facevamo in tempo a rientrare in casa che le trappole erano già scattate. Una volta trovammo in una delle tagliole un pettirosso che era ancora vivo, a me questo uccellino mi faceva tanta tenerezza che alla fine lo lasciai libero. Nelle ore più calde della giornata noi bambini giocavamo a tirarci le palle di neve ma alla fine il gioco diventava una vera battaglia tra i vari gruppi che si formavano per l’occasione. In ogni piazzetta del borgo c’era un pupazzo ovviamente fatto con la neve. Qualcuno s’inventò per l’occasione gli sci e le slitte. I nostri sci, molto fantasiosi e artigianali, erano fatti con i listelli delle botti che venivano legati alle scarpe con delle cordicelle e con questi andavamo a sciare in piazza San Giovanni perché era in pianura. Gli slittini invece erano fatti con i materiale più svariati: tavole di legno recuperate in casa, tronchi di alberi, le tavole lunghe usate dai muratori nelle impalcature insomma qualsiasi cosa si poteva usare per scivolare con noi sopra facendo delle grandi discese con più persone a bordo. Si partiva da davanti casa mia e poi giù ad alta velocità fino a casa di Alvaro. Riguardo a quella nevicata del ’56 ho un brutto ricordo che fortunatamente si è risolto per il meglio. L’episodio è questo: il babbo era salito sul tetto di casa per togliere la neve che col suo peso era diventata pericolosa per la stabilità del tetto. Mia sorella Fernanda che giocava fuori casa sentendo dei lamenti che provenivano dal tetto andò a chiamare la mamma che salì sulla scala per vedere cosa stesse succedendo e lì vide il babbo che non riusciva più a muoversi e a parlare, aveva un inizio di assideramento. Chiamò in aiuto i vicini che fecero molta fatica a farlo scendere dal tetto e portarlo in casa. Ricordo molto bene il grande fuoco che accese mia mamma per scaldarlo così col caldo e i massaggi piano piano si riprese.
    A conclusione di tutto ciò la neve a secondo di quanta ne scende e dell’età che hai ti crea disagi ed allegria diversi.

Marcello Camilli

  • La neve portatrice di gioia, di allegria ma anche di problemi alimentari, infatti per noi che abitavamo in campagna dove si faceva l’orto e si coltivavano ortaggi, verdure come i broccoli, i cardi, la bieda ecc. le gelate spesso seccavano tutto ed allora la caccia agli uccellini con le tagliole diventava una necessità alimentare che si concretizzava sullo spiedo pieno di uccelleti e pezzi del maiale ammazzato qualche giorno prima. Per muoverci e creare il passo sulle strade di campagna colme di neve si usavano i trattori a cingoli che all’epoca erano di proprietà dei padroni. Questo accadeva nel 1956; con i ragazzi di oggi ci accomuna sicuramente il fatto che “quando nevica non si và a scuola”…. Noi avevamo anche l’aggravante che per la neve il postale per Orvieto e per Bagnoregio non passava, allora a Piazza del Poggetto si decideva come impegnare la giornata, che partiva sempre con qualche bella pallata generale: le donne all’epoca erano un bersaglio preferito.

Marcello Camilli

  • La nevicata di questi giorni, al di là dei problemi reali intervenuti per la popolazione e le solite inutili polemiche politiche, per alcuni di noi è stato un evento che ci ha stimolato l’osservazione del nostro paese da punti di vista diversi, scorci, luoghi, strade… vedi le varie e tante foto apparse su facebook; per altri di noi ha rievocato ricordi del passato, in particolare per coloro che data l’età hanno avuto modo di vivere la famosa nevicata del 1956. Erano altri tempi, altre situazioni, c’erà più freddo sicuramente non tanto per la diversa temperatura ma perchè non ci si poteva riscaldare come oggi, con i mezzi attuali. Per noi Castiglionesi nel Mondo questi giorni sono stati anche momenti di conversazione belli, interessanti pure insieme ai residenti sul nostro amato paese passato e presente.

Cesare Corradini

  • Ho la stessa età di Giuseppe, ma della nevicata del 56 non ho i ricordi chiari come lui. Ovvero, ricordo molte nevicate di quando ero bambino, ma non riesco a collocarle esattamente nel tempo. Ricordo che mio padre non poteva andare a lavorare (lavorava con Sensi), ma usciva tutte le mattine per spalare la neve per conto del Comune. Avevano fatto delle strade larghe una metrata, una per via. In piazza avevano fatto una strada che andava dal Comune al Corso che si incrociava con un’altra che dal Rivellino congiungeva i vicoli. Ho un preciso ricordo che davanti alla bottega di Amelio Morelli la neve era più alta di me. Ricordo anche il rumore delle piante che si schiantavano a terra sotto il peso della neve ed i lamenti della gente per gli olivi che erano tutti seccati dal gelo. Ricordo anche un gruppo di gente fuori alla bottega dell’Ulalia (Eulalia, moglie di Faliero Ottaviani) che discuteva davanti ad una latta di olio di semi, merce allora sconosciuta….

Giuseppe Scorsino

  • Difatti è stato l’anno che i castiglionesi hanno conosciuto l’olio di semi, prima non si usava era un prodotto nordico. Cesare vedo che le strade della piazza te li ricordi. In mezzo alla piazza che era neve vergine sarà stata alta + di un metro. Tutti i babbi operai andavano a spalare la neve per fare delle strade, dei varchi per poter passare x andare a fare la spesa. Per il riscaldamento, almeno x i più poveri credo non ci sia stato problema. Ci si aveva la stufa a legna che a suo tempo era stata già accatastata nelle cantine in estate ed autunno. Mi ricordo che per la fiera di S.Giuseppe, le bancarelle erano in mezzo alla neve. Ovviamente non tutti, perchè si era quasi sciolta tutta.
  • Un fatto importante avvenuto in seguito alla nevicata del 1956 ricordato da mia sorella Rina e da non trascurare, fu una delle storiche gelate come nel 1929 e nel 1985, eventi eccezionali che si verificarono nei primi due mesi dell’anno”. Una delle varie grandi gelate che si sono verificate a danno degli olivi nel corso dei vari secoli. Sono date che segnano la popolazione di olivicoltori di ogni epoca. Gli oliveti sono una ricchezza per noi e
    cosa può accadere se si ripeterà quest’anno la grande gelata? Sperare soltanto che ciò non possa mai accadere. Anche perché non ci sono soluzioni preventive. Mettere la stufa tra gli olivi oltre che un sistema antieconomico è anche un sistema dai risultati incerti. Non è un ambiente controllato l’oliveto. Non resta altro che attendere. Si può solo intervenire a posteriori, evitando di commettere errori, come è accaduto in passato.
    Se gli olivi sono umidi perché si è sciolta la neve o ha piovuto – come dicono gli esperti – i rischi sono altissimi. Non è il caso di intervenire sulle piante, anche perché il freddo non perdona. L’olivo è una pianta resistente al freddo. A 3, 4 gradi sotto lo zero l’olivo non soffre, ma sotto certe temperature, al di sotto degli 8 gradi il problema inizia a porsi.

  • Difatti come dicevo nel mio precedente intervento, l’anno successivo non si sono raccolte olive,ergo abbiamo conosciuto l’olio di semi, la margarina. Per alcuni anni non abbiamo usato l’olio di oliva. Certo i contadini che avevano le giare piene probabilmente non lo hanno usato. Noi che abitavamo nel paese e non avevamo uliveti, ci siamo adeguati con l’olio di semi. Se gelasse adesso, secondo me non ci saranno problemi, conosciamo già l’oio di semi e torneremo ad usarlo.

  • @Giuseppe. Dire che se gelasse non ci sarebbero problemi perché conosciamo già l’olio di semi e torneremo ad usarlo, sarebbe come a dire che se non ci fosse più la pastasciutta non ci importerebbe, perché potremmo mangiare brodini vegetali.

  • Non comparerei l’evento di quest’anno con quelli del 29, 56 e 85. Noto comunque una sequenza: dal 1929 al 1956= 27 anni – dal 1956 al 1985= 29 anni, dal 1985 al 2012= 27 anni. Non vi pare curiosa questa ciclicità?

  • Due o tre cose sul 56
    Avevo 7 anni per millesimo, non acora compiuti e quando finalmente aprirono un varco sino alla piazza , la neve ai lati era molto più alta di me; così mentre ci camminavo in mezzo, sentivo la gente ridere indicandomi: il motivo era che avevo i calzoncini corti, all’epoca si portavano sino all prima Comunione, in estate ed in inverno – Guarda quello ha i calzoni corti !! – Dicevano indicando le mie gambe coperte dai calzettoni sotto il ginocchio e rosse per il freddo sino alla coscia.
    L’altro nitido ricordo è quello della gara di pupazzi di neve che si fece in piazza Maggiore sotto il castello.
    A parte il pupazzo che si vede nella foto in cui ci stati anche Tu, vicino al monumento, ce n’erano 4 o 5 veramente notevoli che rappresentavano animali e cose. Mi ricordo quello che fece Luigino ” di Balilla,” Todini, che rappresentava un’aquila con le ali aperte ed era colorato di rosso con il vino; uno spettacolo.
    Poi ancora le veglie intorno al fuoco perchè non c’era da fare altro; il babbo che si metteva gli stivali di cuoio nero e che trascinava una bombola di gas a spalla tirando una corda per fare un sentiero sino alla strada; gli uccellini che venivano a mangiare sul davanzale le mollichelle di pane ed il paesaggio fantastico che la neve conferiva al mondo nuovo in cui vivevamo.
    Ciao, bell’idea
    Chiu

 Marcello Todini

  • come avete visto dalle foto pubblicate nel 56′ avevo 6 anni ed ero la mascotte di Picino e Marcellino Corsi che facevano parte del gruppo di amici a cui apparteneva mia sorella Rosita, ricordo che durante quella nevicata si ritrovarono davanti a casa mia e cominciarono a tirarsi le palle di neve, finita la battaglia la Luciana di Elio Chiucchiurlotto si accorse di aver perso l’anello che aveva al dito dalla prima comunione, la disperazione fu tanta cercammo nella neve ma tutto fu inutile la luciana piangendo tornò a casa consapevole di quello che l’aspettava raccontando il fatto alla madre. dopo qualche tempo sciolta la neve io ero solito girare con la bicicletta intorno a casa del fattore sor pietro e all’improvviso vidi brillare qualcosa al centro del cortile, mi fermai e mi accorsi che quel luccichio non era altro che l’anello della luciana chiamai contento mia sorella che si affrettò a portarglielo, quindi possiamo dire che la neve è come la casa nasconde ma non ruba.

  • Essendo della classe 1969, all’epoca non ero ancora nato, ma di quel famoso Nevone del 56 ho in mente un particolare racconto del babbo.

    Proprio il giorno 3 febbraio del 1956 il babbo assieme al suo coscritto della classe 1936: Giancarlo Ottaviani (il fratello di Gianfranco trasferito a Milano),  erano stati chiamati alla visita medica di leva presso il distretto militare di Viterbo.  Il titolo di viaggio previsto per raggiungere Viterbo era un biglietto ferroviario con tragitto : Castiglione – Orte –Viterbo. Oggi diremmo “Si farebbe prima a piedi!”

    Bene, nelle prime ore di quella nevosa mattinata, mio padre e Giancarlo, pensierosi e titubanti di mettersi in viaggio con già mezzo metro di neve, dovettero per forza tentare di raggiungere Viterbo, soprattutto dopo le continue insistenze di Corintio, il babbo di Giancarlo, che da buon ex sottufficiale dei carabinieri severamente ligio al dovere, continuava ad ripetere impettito: “Quando lo stato chiama il cittadino deve rispondere! La neve non è una giustificazione per non presentarsi! Andate!”.

    E così via a piedi verso la stazione di Castiglione e per di più nel bel mezzo di una spaventosa bufera di neve. Giunti stremati dal freddo e dalla fatica all’altezza della curva prima della stazione, intravidero da lontano due uomini che con la neve fino alle ginocchia, risalivano a fatica la lunga salita della stazione. Erano due  pendolari di ritorno a casa dopo aver atteso invano il treno delle 5,00 per Roma. Erano Geremei (o Giremei, il babbo di Luciano Paganelli) e  Renato Barbanera (il babbo di Nevino).

    I pendolari avvisano che i treni sono soppressi,  così tutti e quattro si mettono sulla strada di ritorno per Castiglione dove ore dopo vi giungono stremati e imbiancati come pupazzi di neve.

    Ma come un segno del destino, il sodalizio di sventurati del babbo e Giancarlo iniziò proprio da quella mattinata del ’56: tempo dopo arriva la chiamata alle armi e per entrambi la destinazione è ancora la stessa: la Sicilia, al 3º CAR di Trapani. Quella volta il treno riusciranno a prenderlo, ma il viaggio è interminabile, solo da Messina a Trapani impiegano 12 ore. All’arrivo sono stravolti, stavolta sono tutti neri dal fumo del treno a vapore! Ma la loro avventura riprende appena tre mesi dopo, stipati sulla tradotta Trapani – Milano, dove fecero servizio come artiglieri semoventi nella caserma Santa Barbara, la stressa in cui ha  prestato servizio di carriera militare il nostro amico Filippo Formica.
    Il  marzo del 1958 fu ricordato a Milano come il più  nevoso del secolo e il babbo e Giancarlo si ritrovarono nuovamente alle prese con l’ostile manto bianco, spalando per intere giornate la neve per la città e agli ordini di un  terribile sergente di ferro .

    A parte questi curiosi aneddoti che ho ricordato dai racconti del babbo, quello che mi è rimasto sempre impresso del suo racconto del nevone è l’avventura di quei  due poveri cristi di Renato e Geremei, che si fecero a piedi per due volte la strada della stazione con metà gambe immerse nella neve,  per evitare di perdere una giornata di lavoro al cantiere o addirittura per non rischiare di perdere il posto lavoro stesso.

    Oggi sarebbe bastata una semplice telefonata per giustificare un assenza da maltempo e nessuno avrebbe da obiettare.  Evidentemente all’epoca per Renato e Geremei giustificarsi con il datore di lavoro significava dover farsi prima quei 6 -7 chilometri d’inferno.
    Pur non avendoli vissuti, mi viene da dire che sicuramente quelli “erano altri tempi!”
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  • CASTIGLIONE SOTTO LA NEVE DEL 1956 

    LA NEVICATA DEL 3 – 4 FEBBRAIO 2012

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