ANNO 1948 – ARRIVA LO SPORT

dalle Memorie di Vito Ceccani (il maestro)

Elezioni politiche - 1948

Il 1948,  anno cruciale per la storia d’Italia, è vissuto intensamente anche a Castiglione. I giovani delle opposte tendenze politiche si buttano anima e corpo nella campagna elettorale, di cui l’espressione più appariscente è la festa dei manifesti e dei comizi che si svolgono in Piazza Maggiore.
Ma il 1948 resta nella storia paesana per un altro più allegro motivo: entra a bandiere spiegate lo sport, quello attivo. Nel 1948 si comincia a giocare al pallone.

La cosa nasce con una mia folgorante idea: visto che mi ritrovo qualche lira nelle tasche (evento quanto mai raro), acquisto un pallone di vero cuoio, regolamentare, come quelli usati in serie A.
La situazione sportiva in generale è a livello sotto zero. Quella del calcio è allo zero. Alcuni ragazzi, frequentando scuole di Orvieto e di Viterbo, per non citare i seminaristi di Bagnoregio, hanno già dato calci alla sfera di cuoio, ma sempre alla viva il parroco, senza nessuna esperienza agonistica, senza distinguere un allenatore da un vigile urbano, ne li sfiora l’idea più pallida della tecnica e delle regole calcistiche? di come si ferma o di come si colpisce un pallone.

I più esperti sono il driblomane Anacleto Guglielmi: Cesare di Faliero, centromediano metodista bravo e lento come un’Ave Maria; Persietto, Fagiolino perfetto nel ruolo ingrato del portiere: Marzietto Bernardi; il più bravo, Fanciulli, vice fattore nella vita, con noi difensore.
Attorno a questo nucleo si forma un gruppo di neofiti che cominciano a toccare il pallone con le mani forse meravigliandosi per la sua rotondità. Non abbiamo un campo sportivo. L’unico pezzo libero possibile per gli allenamenti è il terreno dietro la scuola, 25 metri per 12, con tre o quattro alberi ingombranti. In questo spropositato campo di gioco ci impegnammo in scontri cruenti. Chi cade si spella sul terreno in terra battuta e brecciolino; chi non abbassa la testa rischia di finire decapitato dal pallone, calciato sempre di punta, con la maggiore forza possibile. A volte la sfera finisce nel vicino orto di Nicolai e rovina qualche pianta di broccoli. Il sor Guglielmo strepita e minaccia di citarci in giudizio. Comunque una squadra, la prima, è presto fatta. Divise: camicia bianca e calzoncini variopinti; scarpe o nere o di pezza, nessuno possiede quelle regolamentari con i tacchetti. Esordio luminoso a Civitella; vittoria per due a zero.

Ho davanti la fotografia di quello squadrone primogenito. Dietro, una data: 29/06/1948; storicamente segna l’inizio del nostro sport; poi gli atleti in ordine, in piedi: Gambino, Renato Vezzosi, Fiermonte Todini, Cesare Ottaviani, Anacleto Guglielmi, Peppino Nassi, io; in ginocchio: Fanciulli, Persietto Fagiolino, Antonio Lucii e l’ultimo di cui non ricordo il nome; Luigino come accompagnatore. Comunque, pur costretti sempre in trasferta per la mancanza di terreno di gioco, diverse volte gareggiamo fino alla catastrofe di Bagnoregio, contro la squadra locale che è discreta, ha una buona esperienza e un campo sportivo. La domenica dell’incontro comincia con un susseguirsi di rinunce: i nostri atleti hanno guai diversi: Anacleto viene bloccato dal padre che lo punisce per non essere andato ad assistere alla cavata delle patate; Persietto, nostro mitico e unico portiere, è occupato e può giocare solo il secondo tempo;  Cesare di Faliero e Fanciulli spariscono per motivi non accertati; Marzietto si trova davanti la fidanzata che lo requisisce con un minaccioso aut aut; nessuno ha visto Renato. Al momento di partire arriviamo a nove con riserve e all’ultimo minuto ingaggiamo due trasteverini, lavoratori del conte Vaselli, che ci dicono di essere bravi e pronti a giocare. Uno è portiere. Partiamo un pò sollevati, ma all’arrivo a  Bagnoregio scopriamo che tutti possediamo la camicia bianca e quasi nessuno i calzoncini. Bene, giochiamo in mutande. Basta allacciarne con lo spago il davanti, sono bianche, celesti, a righe, a quadretti. Un buco a destra, uno a sinistra e un bel nodo. Intanto vediamo i giocatori di Bagnoregio con scarpette, calzoncini blu, maglietta a strisce rossonere. Florido dice, con la sua pronuncia triestina: “Ostia come sono eleganti!” e tutti cadiamo in una depressione profonda, da analisi psicologica. L’arbitro chiama e scendiamo in campo a capo chino. Fiermonte, entra con occhiali da sole neri, cappellino elegante con visiera e favorisce subito il primo goal contro, perché dovendo respingere un  pallone di testa, si china, forse per non sciupare il copricapo e sorprende il nostro estremo difensore che tutto fare meno che il portiere. Comincia un odissea inenarrabile. Chiusi nella nostra metà campo non passiamo quasi mai la linea centrale e alla fine del primo tempo perdiamo 5 a 0, malgrado i tentativi di spezzare le gambe agli avversari, con grande spasso dei bagnoresi che ci insulta ci invitano ad andare dove dicono loro, o più benevolmente a casa. Il colmo lo raggiungiamo quando Florido, che ha trascorso tutto un primo tempo tutto a riposo, fermo sulla fascia destra fino dall’inizio e non ha toccato palla, vede fermarglisi davanti un invitatnte pallone. Presa la rincorsa, sferra un calcio potentissimo, non colpisce la sfera, ruota su se stesso e cade rovinosamente a terra. Il pubblico si scatena fischia, urla, lancia scorze di cocomero su noi meschini sempre più demoralizzati. Nel secondo tempo, con Persietto in porta, becchiamo solo una rete e una ne facciamo, quella della bandiera, che ha comunque il solo scopo di dimostrare ancora di più la nostra netta inferiorità.

Litighiamo con il direttore di gara e scopriamo che del suo personaggio ha soltanto la giacca nera. Uno dei nostri commette un fallo nell’area bagnorese. L’arbitro arresta il gioco, afferra il pallone e s’avvia deciso verso la nostra porta per penalizzarci con un calcio di rigore. Ci vuole tempo per convincerlo del suo errore. I nostri avversari ridacchiano e si divertono e solo con l’intervento di un estraneo ci viene risparmiata la settima ingiustissinia rete. Ma quella partita, l’ultima del periodo eroico, segna anche la decisione di darsi una divisa. Una maglierista ci confeziona undici magliette di colore verde con scollatura a V gialla. Non sono colori tipici della tradizione paesana; non sono i colori dell’antico Comune o dei Monaldeschi, signorotti locali. Sono semplicemente due colori assolutamente sconosciuti a quei tempi alle squadre di calcio e non rischiamo di trovarne una che, avendoli uguali, ci costringa ancora a giocare in inferiorità psicologica oltre che tecnica, rivestendo la camicia bianca.

Intanto la società sportiva si trasforma in polisportiva.

All’attività calcistica si aggiungono il pugilato e il ciclismo. La boxe ha vita breve. I pugni hanno il difetto di far male; le vocazioni sono scarse e se si possono dare calci, in qualche modo, a una palla, anche senza tecnica di base, allenamento e allenatore, per il pugilato sono necessari tutti e tre e non si fanno i guanti senza aver raggiunto un certo livello di preparazione fisica. Dette queste premesse, giungiamo ugualmente a organizzare una riunione dimostrativa, là dove oggi c’é la strada che porta all’albergo di Remo, davanti alla scuola elementare. Prima della costruzione della via c’era una specie di buco lungo una quindicina di metri fino a un rialzo alto un metro circa e coperto di cemento. L’ingresso sulla via riparato da un’incannucciata, a sinistra un terrapieno, a destra un altro, dove c’è oggi la casa di Sangiusti, quindi quasi un locale chiuso.

Una domenica pomeriggio (ingresso a offerta. risultato magro come un fachiro), si scontrano Pietro Lungo, Fiermonte e altri due che non ricordo, mentre in chiusura incrociano i guanti Gambino e Frustignacche dello Spoletino che, sicuramente ha frequentato come schiappa una palestra e lo si vede dalla guardia, dalla mancanza di denti e dal comportamento bullo. Sa che non è un combattimento, ma un’esibizione di colpi non affondati; invece si mette a colpire il malcapitato Gambino che ondeggia, sbanda. fugge per il ring. Arbitro l’incontro io e richiamo Frustignacche che, nella seconda ripresa, commette scorrettezze gravi, abbassandosi, piegato sulle ginocchia fino a terra, per poi rialzarsi e picchiare. Gambino è boccheggiante, ma non si arrende, così dopo un richiamo, trovo comodo squalificare Frustignacche e sospendere l’incontro. L’unico, in paese, che può fare del pugilato, almeno per potenza. è Luigino di Balilla, che candidamente confessa di essere uno scazzottatore e di temere i guantoni dell’avversario che gli si muovono davanti. Non ci proviamo più.

Ciclista dell'epoca

Il ciclismo pure non ha vita lunga. Le belle magliette verde gialle facevano ben figurare Spartaco Todini detto Gullo; Eutimio Persieri detto La Tarla Michele detto Ble e Franco Scoponi, alias la Puppidona. Tutti partecipano a gare organizzate da noi e dai paesi vicini. Ricordo una Castiglione S.Michele e ritorno vinta da un certo Maccarone di Orvieto che l’anno successivo, seconda edizione della gara, sulla salita di Tragugnano, si ferma e aspetta La Tarla, continuando la corsa con lui per paura che noi lo facessimo trainare da un’automobile.

Gullo ha una bicicletta da corsa, ma al posto dei leggeri tubolari monta copertoni e camere d’aria da passeggio. A Baschi, arrivato secondo in volata, chiede il primo posto alla giuria per l’handicap delle gomme. Piccola squadra, scarsissimi mezzi, pochi corridori, biciclette imperfette, altri giovani non si fanno avanti, ma queste avventurette sportive giovano molto per far dimenticare ai ragazzi le passate controversie politiche. Più avanti, in un clima migliore, con altri mezzi, si avrà una nuova generazione di corridori e di cicloamatori.

Tornando al calcio, qualche anno dopo abbiamo una nuova società, un campo sportivo e un vero campionato con il C.S.I. Più tardi passo a fare il mister in una squadra nuova di zecca, con calciatori dilettanti che più dilettanti non possono essere.

2 risposte a "ANNO 1948 – ARRIVA LO SPORT"

  1. mauro spinetti 16 febbraio 2011 / 23:28

    Belle storie. Se non ero di Castiglione non le credevo. Però sono castiglionese e mi riconosco nelle cose dette. Avere un sito internet sul proprio paese di origine è una bella cosa. Io da Castiglione manco da 24 anni però è come se mancassi da ieri. Vado spesso a Roma, per lavoro, mi fermo a casa a salutare la mamma, in cimitero a vedere il babbo, Castiglione è Castiglione, se ci vivi non lo comprendi, se non ci vivi lo rimpiangi. E’ comunque il paese dove sono cresciuto. Mi ricordo di Cesare,la guardia, che ci bucava il pallone quando si giocava li nel cortile della scuola, mi ricordo della prima sfilata di carnevale, Pecino (Umberto) faceva il prete, mi ricordo di (buonanima) Nulli che se ti vedeva in motorino in 2 si girava dall’altra parte per non farti la multa. Er Neguse? non me lo so dimenticato sempre imbiago , dormiva li in piazza attaccato alla vetrina de Mocetti. Cose che, ripensandoci adesso, dici “Ma veramente era cosi Castiglione?” Si era proprio così. I nostri figli devono sapere queste cose. Non dimentichiamoci di Remo (quello del bar) per la mia generazione era dio. Mi ricordo di Piero, con il califfo, che portava le birre a quelli che lavoravano al tabacco, (io avrò avuto si e no 3 o 4 anni). Il gelato “sciorto preso li da Remo” pensi che era gelato comunque, no…era il “gelato de Remo”. Quante volte so andato da Fulvio con 500 lire a prendermi il Dalek (costava 50 lire) e non me lo dava perché non aveva il resto?.(io lo facevo di proposito) Queste sono le cose belle che mi ricordo, ce ne sono anche altre, di Castiglione. Mi ricordo anche quando (credo il 6 di febbraio 2008) è morta la famiglia Cignelli una disgrazia…ma nella vita ci sono comprese anche quelle. Castiglione è Castiglione. Per chi abita lontano dal paese sapere che c’è un’iniziativa come questa, credetemi è una bella cosa. Io ne sono fiero di essere Castiglionese anche perché nella vita si potrà negare tutto ma le proprie origini no.

  2. anna rita ottaviani 22 aprile 2016 / 10:21

    Bellissima idea, scoperta su FB navigando per curiosità
    Anche io non abito più a Castiglione, ora a Viterbo; sono andata a Roma per lavoro, dopo aver finito le scuole superiori, poi mi sono trasferita a Viterbo. Ho tutti i libri delle memorie su Castiglione perchè ho piacere di ricordare il mio paese e conoscere anche le vecchie storie. Ho letto qui qualche racconto e anche se non nei minimi particolari ricordo il “fosso di Castiglione”, “l’osteria”, “la casa di fronte alle scuole elementari”. Non abitando molto distante da Castiglione, vengo spesso, ma gli impegni famigliari mi portano a fare le solite tappe: casa della mamma Valentina, cimitero dal babbo Cesare e da mio fratello Faliero. Qui quando ho più tempo a disposizione, mi piace farmi un giro come quando mia madre da piccola mi incaricava di portare i fiori a parenti ed amici morti (ricordo anche il postino Pierino). Per fortuna ho mia sorella Elisabetta (Betta) che mi aggiorna sugli eventi organizzati a Castiglione, per cui quando posso partecipo. Quando parlo del mio paese con alcuni amici che non lo conoscono, dico sempre che Castiglione in Teverina è il paese più VIVO dell’Alto Viterbese!
    P.S. A proposito, sarei curiosa di sapere mio padre (Cesare Ottaviani) dove era andato prima della partita!

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