IL VEXILLA

di Tiziana Tafani  

–  La tradizione castiglionese stabilisce che ogni anno venga ad insediarsi in Paese un Comitato dei Festeggiamenti, che ha il compito di organizzare le celebrazioni dei dodici mesi in cui dura l’incarico, che culmina con la Festa in onore del SS. Crocefisso, protettore dei Castiglionesi e da sempre occasione di tassativo ritrovo per tutti, specie per noi, che siamo andati via.

Per lungo tempo il Comitato è stato affidato alla buona volontà ed all’entusiasmo di un gruppo di Castiglionesi che decidevano di dedicarsi a questa bella avventura sociale, poi stabilirono le regole: chi nell’anno di riferimento avrebbe compiuto 30 o 50 anni avrebbe ricevuto la naturale investitura a farne parte.

E dunque capitò anche a me. Tra i compiti affidati al Comitato, c’è anche “il libretto”, ovvero la predisposizione di un calendario con tutte le iniziative organizzate per celebrare il Santo, che contiene una prefazione in cui il Comitato uscente racconta qualcosa della propria esperienza. A noi venne in mente di andare a conoscere la storia del Vexilla, il canto maestoso che accompagna il passaggio del Crocifisso, che si tramanda da secoli in lingua latina e che, oltre all’emozione che trasmette, costituisce una parte importante della nostra storia e della nostra musica, specie quella sacra.

Avanzano le insegne del Signore,
risplende il mistero della croce”.

Noi castiglionesi aspettiamo ogni anno che le nostre preghiere si disfino in una sola voce, che narra di un misterioso carme, una preghiera, un poemetto latino di cui conosciamo l’impeto emotivo e non la storia.

Il Vexilla Regis fu scritto da S. Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato, che nacque a Valdobbiadene – un territorio che sta tra Venezia e le Dolomiti –  nel 530, e morì Vescovo in Francia all’inizio del VII sec d.C.
Venanzio Fortunato era uno studioso di grammatica, retorica e diritto.
La storia della sua ordinazione narra che da giovane fosse stato colpito da un male agli occhi, e che guarì grazie alle unzioni con l’olio di una lampada che ardeva davanti a S. Martino di Tours.

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Venanzio Fortunato legge i suoi poemi a RadegondaLawrence Alma-Tadema

Per rendere preghiera e ringraziamento al Santo del miracolo, Venanzio Fortunato si recò in pellegrinaggio a Tours, in Francia, presso la Valle della Loira. A Tours Venanzio Fortunato conobbe la principessa di Turingia, Redegonda, e qui si stabilì per dedicarsi alla vita monastica.
Ma il suo destino lo avrebbe poi portato altrove. Alla morte della principessa Redegonda si spostò infatti presso altre città del Regno dei Franchi, e morì, da Vescovo a Poitiers, nel centro della Francia, nell’attuale regione della Nuova Aquitania, nel 607 d. C.

A Venanzio Fortunato si debbono alcuni tra i poemi religiosi ed inni sacri più celebri della cristianità, specie il Pange Lingua ed il Vexilla Regis, che il Santo compose quando gli venne donata una reliquia dall’imperatore Giustino II.

Il Vexilla Regis, che viene cantato in onore della Santa Croce in molte città italiane, ha visto accresciuta la propria fama dal fatto di essere stato ripreso nella Divina Commedia di Dante, nel canto XXXIV dell’Inferno – meglio noto come il Canto di Lucifero – dove al primo verso il Sommo Poeta si esprime attraverso una parafrasi del Vexilla di Venanzio Fortunato:

Vexilla Regis prodeunt Inferni
(ecco avanzano le insegne del re degli inferi)

Con questo verso, dunque, Dante rovescia il senso del carme ed introduce, nella Divina Commedia, la figura più lontana da Dio, Lucifero.
Molti, tra scrittori e musicisti ripresero il Vexilla o ne musicarono i versi, tra i poeti Joyce, tra i musicisti Puccini, Liszt, Bruckner.
Ma il nostro, quello che tutti noi cantiamo a Castiglione, nella sua metrica mistica, è certamente il più bello.

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