5 NOVEMBRE 1946

dalle Memorie di Vito Ceccani (il maestro)

Stazione ferroviaria di Castiglione in Teverina

Era il 5 di Novembre del 1946. Proprio il 5, numero ricorrente nella mia vita, anche composto con l’1, il 2, ecc. Non il mio numero fortunato. E’ frequentemente presente in situazioni belle e brutte.. Forse morirò il 5.5.1995 (corna facendo) o nel 2005 se non, e sarebbe meglio, nel 2015. Ma era proprio il 5 del mese di novembre, dell’anno 1946 e scendevo eccitato, e poco ansioso, alla stazione di Castiglione in Teverina, il cui nome avevo letto tante volte passando su convogli veloci e più diretti. Lo ricordavo perché dopo tre stazioni veniva Orte, località dove scendevo per cambiare treno. Mai mi era passato per la mente che un giorno ne sarei diventato cittadino: nemmeno mi era venuta voglia di pensare: vediamo com’è; il nome appare stimolante. Invece… mi sono sempre piaciute le novità e stavolta il cambiamento lo aveva portato una comunicazione del Provveditore agli Studi che mi concedeva l’incarico di insegnare nella scuola elementare. Il cambiare residenza, l’iniziare un lavoro, mi avevano messo a dosso curiosità e trepidazione, madri di una nottata agitata, di frequenti risvegli, di sogni strampalati. Dal treno eravamo scesi in quattro: una coppia di giovani sposi galleggianti su una nuvoletta di trasognata felicità e, oltre a me, un seminarista nel suo abito nero, magro, allampanato, sicuramente per le lunghe meditazioni mistiche, consumato da preghiere e penitenze. Un giovane votato a Dio in un seminario del circondario, distaccato da tutte le miserie di un mondo da poco uscito da una terribile guerra. Lo invidiavo. Fuori dalla stazione iniziava una strada in salita; non si vedeva il paese, però c’era il “LANDO” di Graviuccio pronto a trasportare viaggiatori fino a Castiglione,  quattro chilometri più avanti.

Portai fuori il mio scarso bagaglio; salii sulla carrozza, ricavata adattando un calesse o un carrettino sormontato da un tettuccio, sorretto agli angoli con quattro bastoni; dalla copertura scendevano altrettanti teli giallo sbiadito per riparare i passeggeri dalla polvere. Il cavallo si mosse svogliatamente all’”AAAH” strascicato da Graviuccio. Noi occupanti ci scambiammo una rapida occhiata ma, sono sicuro, gli sposini non videro me e neppure il seminarista, nervoso e incapace di stare fermo, che pochi minuti dopo mi rivolse la parola, presentandosi come Enea, raccontando di essere fuggito dal seminario di Bagnoregio; che due suoi amici lo avrebbero presto seguito; che la sua fuga poteva metterli in difficoltà; d’altronde, non aveva vocazione sacerdotale e via di questo passo fino alle prime case di Castiglione, quando si ricordò di chiedermi se conoscevo il posto. Alla mia risposta negativa offrì di farmi da guida. Accettai volentieri, poi non se ne fece nulla: dalla finestra di casa lo vide la sorella che subito scese in strada e lo trascinò con se. Enea non mi era più molto simpatico, sicuramente per colpa del il mio madornale errore di giudizio. Lo rividi  due  o tre giorni più tardi, quando i suoi genitori avevano digerito la sorpresa della spretatura.

Il vecchio albergo di Piazza del Poggetto

Graviuccio aveva fatto sosta in una piazzetta quadrata, vicino alla fontana di pietra scura che ostentava quattro delfini e uno zampillo micragnoso sulla sommità. Due dei quattro lati della piazza erano delimitati da case d’abitazione con relative scale esterne e poggioli; il terzo da un unico edificio, l’albergo; il quarto da un grosso cancello in legno, appoggiato ai lati su due piccole costruzioni, tipo garitta per sentinelle, che gli davano se non un aria militaresca, certamente un tono d’importanza. Due persone attendevano la carrozza: un barbiere mutilato di una gamba, sulla soglia della bottega e, accanto alla fontana, la guardia municipale. Graviuccio gli sussurrò quardandomi e la guardia fece un cenno al barbiere, come per dire:”ASPETTA CHE TE LO DICO”, poi mi si avvicinò, si presentò, si offrì di accompagnarmi all’albergo. Lo ringraziai perché c’ero già davanti; aggiunse che avrebbe aspettato per mostrarmi la scuola e mi lasciò libero di entrare. La Cesira di Vera non nascondeva la sua diffidenza. Girando e rigirando i documenti che le avevo dato, confrontava le somiglianze con la fotografia e poiché non poteva metterla in dubbio, dimostrava di passare da uno stato d’animo ostile a uno più possibilista, ma senza esagerare, sempre incerta se accettarmi o cacciarmi in malo modo. Il viso le si spianò solo quando dissi che ero venuto per insegnare alla scuola del paese; ma prima di assegnarmi la camera, ero il solo cliente, con residuo di dubbio (“FORSE FACCIO MALE MA COME POSSO MANDARLO VIA?”) si premurò di comunicarmi che l’albergo chiudeva alle 21 e che dopo la chiusura non avrebbe più aperto a nessuno, per nessun motivo. Con questa poco allettante dichiarazione, che la sera stessa, purtroppo sperimentai, comincio la mia vita nuova, la graduale scoperta della realtà Castiglionese, della gente degli angoli più nascosti, partendo dalla parte più  moderna, quella intorno al Poggetto, piuttosto grigia e bruttina, fino ai vicoli scendenti del vecchio borgo, con ciottoli e gradini di pietra consumata, tra case centenarie, piazzette nascoste piene di gente e di vita. Questo era, per chi come me ha il male della pietra antica, la parte migliore di tutto l’abitato. Qua e la si vedono costruzioni e pezzi di costruzioni del XVII/XVIII secolo, magari un pò impecettati per successive manipolazioni o per miglioramenti che tali non sono. Le impressioni, i ricordi di quei giorni sono ancora talmente vivi e presenti che si affacciano, si sovrappongono, riportano con evidenza le immagini di uomini, donne e ragazzi rimasti come allora.

1953 - Foto di classe con il maestro Ceccani

La mia prima uscita è con il Gallante (soprannome ricco di significati!). Attende fuori dall’albergo per accompagnarmi a scuola. Pierino era perfettamente intonato al paese che, a quei tempi, avrebbe mal sopportato una guardia in divisa all’americana. Il Gallante si metteva subito in evidenza per tre caratteristiche: corporatura minuta, cappello consumato dall’uso; abitudine di guardare il suo interlucotore, ma un punto indefinibile all’orizzonte, tanto che chi gli stava davanti credeva di avere qualcuno alle spalle e si voltava. Dopo pochi passi, giungemmo alla scuola elementare, il tipo di costruzione più diffuso in Italia negli anni trenta, quando ogni piccolo comune ne fu dotato: due porte d’ingresso (per maschi e femminei, due piani; ogni piano due aule, il che svela il difetto nazionale dell’imperfezione che si perpetuerà nei secoli, visto che anche allora le classi elementari erano cinque. Si tenevano le lezioni del turno pomeridiano e il mio Virgilio, guardando verso le finestre, mi presentò alla maestra fiduciaria, signorina Arangio, davanti a una cinquantina di ragazzi silenziosamente e rispettosamente in piedi. La collega, attempate e tracagnotta, mi accolse in modo festoso. Troppo, troppo festoso mi sembrò. Ombrò. Aveva uno sguardo che doveva essere dolce invece riportava alla mente la faccenda del pugno di ferro sotto il guanto di velluto. Mi assegnò la classe, la quarta, i cui componenti affollavano la parte destra dello stanzone, maschi curiosi, femmine preoccupate, levandosi la soddisfazione di predire loro un futuro cupo, visto che il nuovo insegnante era un « MAESTRO », genere maschile, quindi naturalmente severo, inflessibile (leggi cattivo) che avrebbe imposto norme tratte dai regolamenti carcerari della Caienna. Molti furono i sospiri dei minacciati. Una biondina dalle lunghe trecce passò rapidamente dal rosso acceso al bianco lenzuolo e si accasciò senza più forze sul banco.

Edificio scolastico di Castiglione in Tev.

Uscendo dalla scuola, trovai il Gallante in attesa. Mi guidò per il corso Roma. Vidi una macelleria chiusa, un bar piuttosto buio dove offrii un caffè all’accompagnatore che mi presentò al proprietario Alfredo, subito in grande spolvero di parole. All’angolo del corso con la piazza Maggiore, un’osteria “QUELLA DI TOCCACTELO”, disse Pierino; ci si beve un buon bicchiere. Guardai la facciata della chiesa, il palazzo comunale, due scritte sui muri: ABBASSO IL RE FACSISTA (sic), più in là “ABBASSO MARINARO E LE BIRICOCOLE”, un’insegna per la “CAMERA DELL’AVORO” (ahimè, qui ci sarà da faticare per insegnare l’italiano!). Di fianco al municipio, una rocca cinquecentesca ben conservata, con case d’abitazione. Insomma un paesetto così così, ma non più così così dopo che ebbi visto dal Pantano la meravigliosa valle col Tevere che sbocca dalle alture umbre per serpeggiare maestoso nella pianura e giungere fino al mare. Di fronte, alte colline con la punteggiatura di alcuni centri abitati; sulla destra, la visione di campi e vigneti e, lontana, la cima dei monti Soratte e Cimino. Il piano, diviso in appezzamenti geometrici di colori diversi, era tutto ben coltivato, cosparso di olivi e vigneti ormai ingialliti. In fondo, pensai, in Italia non ci sono località del tutto brutte e questo panorama è da cartolina.

Avevo fatto amicizia con Castiglione, quello della valle Teverina.

La Guardia Municipale dell'epoca (Pierino detto Gallante)

Il Gallante non era ancora pago di mostrarmi queste cose e insieme a me entrò nell’ufficio postale per farmi conoscere il sor Oliviero, l’ufficiale postale e il suo fedele gregario il postino Pasqualino detto Maruzzella. I due conoscevano proprio tutto e tutti e mentre il colloquio col sor Oliviero fu breve e generico, quello con Maruzzella, portalettere ferocemente affidabile, fu più lungo. Ne risultò, in estrema sintesi, che il suo motto doveva essere Dio, Patria, Famiglia e Posta. Fece quasi giuramento di consegnare a me e solo a me la corrispondenza. Poiché spiegai che non avrei ricevuto lettere importanti, ottenni delle nuove assicurazioni: la posta è una cosa molto delicata e non mi fido a consegnarla ad altri.  Celebre il suo detto: Quando si parla di qualcuno e si dice la verità, la persona si presenta subito. Magari viene dall’America oppure manda un famigliare.

Ogni sera Pasqualino si riunisce con alcuni amici, il Gallante, Rutilio, Barbanera, Totò; insieme vanno da Filodelfo, mangiano un panino; bevono un cannaccione di bianco e si trattengono a parlare. Sempre però che Pasqualino riesca a eludere il rigido controllo della moglie, la Vittoria, alta, magra, austera, severa, segaligna, che non approva le amicizie di Pasqualino né il costante ripetersi di quelle merendine. Ogni pomeriggio si svolgono sapienti manovre, finte, marce, contromarce nei quattro vicoli tra la Piazza Maggiore e il Poggetto.  Una sera, la guerriglia è più difficile del solito. Allora gli amici fingono di sciogliere la riunione, ognuno va per suo conto e si nasconde. La Vittoria, rassicurata, siede tranquilla davanti alla porta di casa. Il gruppo degli amici si ricostituisce e Pasqualino, ormai a distanza di sicurezza, mostrando eccezionale sprezzo del pericolo, la chiama dall’angolo della piazza: “VITTO’; TIE’” Coraggio sicuramente scontato in seguito sopportando le lunghe vendette della moglie. Vita coniugale a parte, Maruzzella era eccezionalmente scrupoloso, conoscitore di fatti risalenti al primo novecento e di tutte le persone in un raggio di molti chilometri. Quando parlava arricchiva i suoi racconti con i nomi dei protagonisti, dei loro genitori, dei fratelli, L’età, la professione e quant’altro serviva a identificarli. Di conseguenza ciò che diceva era precisissimo, assolutamente completo e, alla fine, altrettanto noioso.

Corso Roma

Il tempo scorre veloce. Abito da Evandro, mangio da Filodelfo, L’osteria proprio sotto la rocca e ho i vantaggio di sapere sempre in anticipo quale sarà la pietanza di ogni giorno della settimana. Non possono esserci sorprese. Immancabilmente, il lunedì avrò al uovo al tegamino, così il martedì fino al sabato della settimana presente, delle settimane passate e, ahimè delle future. La domenica, invece, per cambiare, un bell’uovo al tegamino. Intorno i soliti avventori che si fanno un bicchiere e parlano a voce alta di quello che non sanno Emerge sulle altre la voce rimbombante di Toto, al secolo Ubaldo, che spara parole che non comprendi quasi mai. Il suo intercalare preferito è: “Sacrament” all’usanza germanica e chiama il suo interlocutore Capitano. Potrebbe essere un soldato tedesco disertore o un prigioniero di guerra russo, fuggito durante la ritirata dell’esercito nazista, due anni fa. Ma no. E’ Castiglionese autentico, è l’elettricista, che alterna periodi di apparente svogliatezza ad altri di lavoro intenso. Specialmente nei giorni festivi è facile vederlo arrampicato su un palo della luce ad armeggiare con pinze e fili.  E’ sempre contrario a tutto. Se piove, invoca almeno la grandine che spiana tutto; se soffia il vento. augura che si trasformi in ciclone; se brilla il sole, spera che bruci tutto o, almeno, chi dice lui. In realtà è difficile trovare un’altra persona altrettanto incapace di nuocere a chicchessia.

La vita sonnacchiosa e apparentemente immutabile di Castiglione si ravviva durante il Carnevale, atteso per undici mesi. Ogni sabato sera si va a ballare nel magazzino del frantoio dell’azienda agricola Vaselli, che conserva sempre una leggera patina grassa sul pavimento e, di tanto in tanto, provoca scivoloni e rovinose cadute di coppie allacciate, tra l’ilarità dei presenti. La musica è fornita da un raffinato complesso di fiati della banda, cinque o sei in tutto, che ha un limitato repertorio di valzer, polche e marcette da ripetere diverse volte nella serata. Verso la fine del Carnevale, arriva il grande momento dell’orchestrino, che non si sa da chi è diretta, da chi è formata, né da dove arriva. Di solito sono una dozzina di elementi (ma non tutti suonano), con repertorio quasi moderno. Per una sera, ogni Carnevale, il paese si trasferisce in massa nel magazzino, uomini, donne, bambini, qualche lattante, che non dà problemi perché di solito si addormenta e poi ha la sussistenza al seguito. I ballerini, al centro, hanno la scusa per stringersi di più, gli spettatori numerosi argomenti per spettegolare fare pensieri malignetti e affibbiare fidanzati e fidanzate agli ignari danzatori. Quella sera nascono amori ed altri muoiono, miseramente travolti da crisi di gelosia; a casa le mamme fanno notare alle figlie il loro comportamento e chiedono giustificazioni. Gli uomini sono tutti in giacca e cravatta; le signorine hanno il vestito per l’occasione; il pubblico non danzante può essere più trasandato. E’ scoppiata la moda delle miss e Castiglione non ne è indenne.

Si organizza la Miss dell’anno con una votazione per mezzo di biglietti che gli organizzatori vendono ai giovanotti. A ogni ballo l’uomo dà uno o più biglietti alla dama che preferisce e alla fine sarà eletta Miss quella che ne esibirà la quantità maggiore. Si organizzano cordate di ammiratori, le ragazze meno fortunate passano i loro pochi biglietti alle amiche; qualche ragazzo s’indebita; Anacleto sottrae al padre un sacco di grano per comperare blocchetti interi dei preziosi tagliandi e darli a una che non se lo fila per niente. Gigi Nicolai fa la stessa cosa, però con il granoturco. Ma possono esserci anche concorrenti forestiere che, naturalmente, ottengono sempre un iniziale successo e costringono i fusti locali a coalizzarsi per impedire lo smacco di avere una Miss Castiglione che, magari, è una “Batalocca” o una “Zingara”. (Questi sono i nomignoli affibbiati agli abitanti di S.Michele e di Civitella).  Il premio per la Miss non va oltre una magra scatola di cioccolatini. Il giorno seguente lei non si vanta per la vittoria e nessuno la ricorda più.

Poco distante dal Poggetto c’è la farmacia che i paesi vicini non hanno, ma che è importante soprattutto perché sempre ben provvista di medicine. Come ovunque, è un posto di ritrovo per diverse persone, non solo il medico, il maestro, il sindaco, I’arciprete. Il farmacista, il sor Nicola Vezzosi, sta volentieri in compagnia, non nasconde le sue idee politiche ed è sempre alle prese con le miracolose cartine che guariscono il raffreddore, I’influenza e la diarrea verde dei poppanti. Il suo ospite più assiduo è il vecchio Dott. Claudio Nicolai, per noi tutti il Fante di Coppe, sempre paludato in una corta mantellina, I’eterno sigaro in bocca. Dall’alto della sua veneranda età, esprime giudizi su tutte le ragazze che passano e fa capire che sarebbe capacissimo di conquistarle, se ne avesse voglia e non avesse sempre tra i piedi quella rompiscatole della moglie. Il sor Nicola, alzando la testa dal banco, su cui allinea le sue cartine e i suoi cachet S.Teresa, esclama: “Il poro Cencino aveva fatto I’operazione alla prostata, girava con un catetere e una bottiglietta in tasca per raccogliere l’orina, e tanto si vantava di avere anche lui un successo enorme con le donne”. Il dottor Claudio toglieva il sigaro dalla bocca e: “Quanno ce voi scommette, io sto qua”.

La farmacia di Castiglione si rinnova come tutto; ora è arrivata alla terza generazione, ma conserva sempre le sue capacità di fornire medicine che in città non sempre si trovano, e la gentile disponibilità dei suoi titolari. E già che sono entrato nell’argomento sanità, come si usa dire oggi, non posso non citare alcuni medici che qui hanno esercitato con alterne fortune per la popolazione. Il Dott. Peleggi rispondeva dalla finestra della sua camera alle richieste notturne. Ascoltava il motivo della chiamata, giudicava non indispensabile il suo intervento e, secondo i casi, lanciava dalla finestra un’aspirina, un calmante o una fiala di morfina.  L’ammalato se ne stava tranquillo fino al mattino seguente e il medico pure. L’arrivo di un giovane e zelante dottorino incrementò notevolmente i contatti degli abitanti con la medicina. Tra visite ambulatoriali e domiciliari, anche nei dintorni, sommava una quantità incredibile di prestazioni. Per spostarsi più velocemente aveva acquistato un rumorosissimo motorino Guzzi, che tra scoppi e fumo raggiungeva si e no i 25 Km. l’ora.

Le sue tariffe erano modestissime: 100 lire la visita, il totale giornaliero rilevante. Lo stesso ammalato era invitato a passare dopo qualche giorno e a ripassare altre volte per i controlli successivi. Oltre che della condotta, prese l’incarico di medico delle ferrovie, aggiungendo un’entrata forfettaria e il vantaggio della libera circolazione sui treni; in seguito divenne il medico di due o tre cinematografi. Abitava dalla Mariannina, che per lui aveva infinite attenzioni. Negli anni della sua permanenza tra noi nacquero tanti bambini: quasi tutti i parti erano difficilissimi e il Nostro li faceva nascere usando il forcipe. L’ultimo che voglio citare era bravissimo. Aveva il difettuccio della distrazione, ma non dimenticava ali ammalati e la situazione della salute pubblica non peggiorò. Poteva andare in automobile a Roma e tornare in treno scordandosi dell’auto lasciata al parcheggio. però azzeccava difficili diagnosi. Scomparvero del tutto i parti difficili e l’uso del forcipe. In seguito si specializzò in otorinolaringoiatria.

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