ARMANDO

di Nevino Barbanera

AD ARMANDO

La luna, i lampioni
spengono le stelle.

La sorte, i pensieri
fissi al bicchiere

il fondo rischiara
s’arrossisce sul viso.

Monologo astruso
dal profondo
del vico più cieco.

Intrecciare cavagni
nell’arco selciato
per uno sporco conteggio
uno sporco soldato.

Eravamo lì tutti i giorni, in quel cortile, ventilato ed oscuro, a crocicchio, tra via del borgo e via dell’arco. Vivevamo lì sugli sca­lini, molto di più nelle vacanze estive, al riparo dalla calura, ma anche nelle giornate invernali fredde e piovose, diventava il nostro sito, un rifugio insostituibile, quieto e sicuro.

Era un continuo proliferare di giochi, prevalentemente inventa­ti, immancabile trastullo d’intere giornate. Si passava dalla classica carta, ai già più moderni “Monopoli”, alle prime piste d’automodel­lismo, lo scoop, un gioco giornalistico, la roulette, scambi diretti di giornaletti o giochi completamente creati da noi ragazzi. Ed allora esplodevano le gincane a piedi o in bicicletta, colpi di palla all’in­seguimento, gare di fionde, corse di “carretti” o più coinvolgenti nel costruire capanne.

La piazzatta dell'Appollonia

La prima vera, solida capanna con il tetto in tavole di legno, la costruimmo all’angolo sinistro della piazzetta dell’Appollonnia per poi tiepidamente, interiormente raccoglierci e solidarizzare tra i ragazzi del quartiere e continuare insieme a favoleggiare, ad occhi aperti, su eroi di quei tempi, su battaglie contro ipotetici agguerriti nemici. Quella zona del borgo, quella via, quella piazzetta in disce­sa ricavata nella sistemazione di grotte e massi dell’intera ripa degli alberetti, di piazza maggiore, terminata prima della nostra nascita, anno 1957 come indica ancora una targa sulla via provinciale, non aveva un nome né lo ha tuttora e quindi noi ragazzi, ma forse tutti gli abitanti del borgo o dell’intero paese la definivano appunto la piazzetta dell’Appollonnia” dal nome di Appollonia Persieri l’anziana signo­ra che vi abitava e le sue finestre si affacciavano sulla piazzetta, sulla via senza nome.

Quel luogo era una spola continua in quelle zone impervie ed avventurose per gli occhi di un ragazzo che pote­va appena allontanarsi da casa. Dalle scale dell’ortaccio tra erbe profumate, lumache, tappi corona e vetri provenienti da bottiglie rotte da ragazzi o maldestri avventori della sovrastante osteria di “Filoderfo”, si poteva emulare rocciatori, escursionisti, avventuro­si alla ricerca di se stessi, della libertà, degli avvenimenti ed arriva­re muro muro, roccia a roccia, fino alla sicura Appollonnia, tra corde, spade di legno, archi autoprodotti, cartoni come tappeti orientali, distesi nella nostra semplice ed accogliente capanna.

Diventava un vero rifugio, una seconda casa, un porto tranquil­lo, una situazione per la preparazione dei giochi, raccoglimento e confronto di problemi coetanei, di esperienze vissute o rapite agli adulti o ai genitori ed insieme riportate, discusse, litigate o assorbite.

Era il centro del nostro mondo per partire poi verso le altre mete, le altre vie, le altre vite ed approdare, scorrazzare, ossigenare, ozia­re in via dell’arco, in via del borgo, in Piazza San Giovanni, a largo del bivio, a vicolo stretto, in via delle scalacce, in via della provvi­denza, via della rocca, piazza dell’ospizio, via del pericolo che nonostante il nome dovuto ad una vecchia precarietà della via, il nostro mondo, il nostro borgo, era forse la zona più sicura, per i giochi di ragazzi irrequieti che stavano crescendo, lontano da strade traffica­te da nuove potenti e veloci autovetture.

via dell'arco

Questo era il nostro universo ed allontanarsi era doloroso, diffi­cile sembrava distante, lontano quasi impossibile. Ricordo un gioco creato e sviluppato all’interno della capanna trai ragazzi che vive­vano nel borgo: Paolo, Massimo, Fausto, Stefano e gli altri, a ripen­sarci bene oggi considerarlo sciocco e dannoso è dire poco. Il gioco consisteva nell’abilità e velocità a sciogliere dei cubetti di ghiaccio in bocca. Arrivava Stefano con una ciotola fumante di bei freddi cubetti appena usciti dalla ghiacciaia, da uno dei primi frigoriferi in uso all’interno delle abitazioni, modello di civiltà, di modernità, di ricchezza, di nuovi tempi ed eventi consumistici.

Iniziava la pazza competizione nel farsi sciogliere in bocca, prima degli altri, il cubetto, per poi iniziarlo un altro ed un’altra ancora fino all’esau­rirsi della ciotola ed alla conseguente dichiarazione dell’agguerrito e semigelato vincitore quotidiano. Si erano creati anche degli spe­cialisti del gioco, delle tecniche di combattimento e tutti sapiente­mente elargivano consigli se conveniva tenere l’acqua in bocca per facilitare lo scioglimento oppure inghiottirla e sentirsi gelare prima lentamente, piacevolmente la bocca, la lingua, poi terribilmente i denti, la testa, l’intero cervello sembrava ghiacciato, eppure com­plici e incoscienti eravamo sorridenti, euforici, fumanti di ghiaccio.

A volte pensare a Stefano giovane amico, coetaneo, compagno di scuola, socio di giochi, compagno di quartiere, compare di tante scorribande, uno dei più spensierati, dei più esuberanti sempre disponibile al divertimento, all’ilarità naturale del suo viso pacioc­cone, dei suoi gesti bonaccioni. Ricordo ancora quando, da ragazzo, cadde dalle rocce dell’Appollonnia e rimase per giorni al letto frat­turato ma in fondo salvatosi miracolosamente da un baratro più grande ed ora invece prematuramente, terribilmente scomparso a soli 30 anni. Tutto ciò fa riflettere sulla durezza della vita, sulle difficoltà dell’esistenza, sull’ordinaria possibilità di intraprendere strade ingiuste, immeritate, precarie un po’ come i tanti “Armando” della terra. Problemi che per fortuna la forza della natura non fa considerare, a dei ragazzi senza troppe preoccupazioni che voglio­no crescere con esuberanza ed avidamente scoprire il mondo che li circonda.

Ma l’uomo, il personaggio cui ho dedicato, già da qual­che tempo, la poesia che mi è sembrata necessariamente introdutti­va, un adulto spesso nostro socio di giochi, è Armando, ormai scomparso da diversi anni, un giovane pensionato padre di un nostro amico e coetaneo un pò il guardiano, il custode di via del­l’arco, correo e complice di noi ragazzi. Si diceva, sussurravano i grandi, i maligni che fosse un falso invalido, uno svogliato, uno scansafatiche, un ubriacone ma noi lo sapevamo bene che non era così. Era un uomo dolce, semplice, smarrito sul sentiero della vita forse cresciuto necessariamente in fretta, la pochezza dei tempi, le atrocità della guerra, le carestie del dopo-guerra e per questo rima­sto più bambino di altri.

Nelle giornate di pioggia era il promotore di partite alle carte, la briscola, il tressette non partecipava mai a “scala quaranta”, “troppe carte da tené” ripeteva lapidario ad ogni invito o forse perché era proprio incapace a quel gioco e non vole­va farsi scoprire incompetente. Giocavamo a casa sua, insieme con lui, per pomeriggi interi e potevamo essere i suoi figli. In ogni caso il divertimento e le battute astute erano assicurate. Mi rimane anco­ra impressa la sua rude simpatia, le sagaci contadinesche battute ed un giorno quando, proprio alle carte, stavano perdendo, quasi immancabilmente, in coppia con Stefano gli disse, con tono inquie­to “si, tu ride e sfaciola tanto loro stanno a vince.  Diventò l’epi­teto scanzonato di quella e di molte altre estati successive, da ripe­tersi in ogni occasione, una sorta di richiamo all’eccessiva ilarità ed all’estraniarsi dal contingente fosse anche un divertimento.

Il “vec­chio Armando” si pronunciava, in realtà non era così anziano ma addirittura di qualche anno più giovane del mio babbo, costretto invece a lavorare girovago per i cantieri di tante grandi, disumane città e nuove periferie ed invece Armando era sul suo “piazzetto”, sempre imbiancato di fresco, come un gallo sull’aia, solerte ad intrecciare “capagni”, incalcinare sedie, rivestire vecchi fiaschi di vetro.  Il rivestire i fiaschi, commissionati appositamente, avrebbe protetto, mantenuto fresco, come moderni contenitori termici, i beveraggi di tanti lavoratori, braccianti agricoli delle campagne dei dintorni. Nessuno faceva più quel lavoro inesorabilmente ritenuto umile, squalificante, antieconomico, fuori del tempo e da ogni nuova moda.

Forse era l’unico professionista rimasto, era un perfet­to artigiano dell’antica arte dell’intreccio.  Il lavoro era saltuario, fortuito ma profondamente impegnativo. Bisognava raccogliere “salci”, canne e vari arbusti, lungo tutto il fosso di Castiglione, fino al fiume Tevere.  Teneva a mente i punti precisi dove raccogliere la materia prima, era il suo piccolo segreto professionale. Andava con il suo “trespo­lo”, un ciclomotore insolito e divertente, ai nostri occhi, come un “apetto” scoperto a tre ruote. Varie erano le peripezie al ritorno o narrate sui suoi fortuiti mezzi a motore fino a quando si ribaltò riportando notevoli escoriazioni e qualche frattura, tre ruote sono sempre poco stabili e di conseguenza su pressione dei familiari le sue disavventure motociclistiche terminarono.

Per molto tempo il vecchio trespolo meccanico ridotto a ferraccio, privato delle parti riutilizzabili, rimase a far bella mostra presso l’orto di Guazzarotto come tremendo monito per tutti gli avventurosi e spericolati piloti che, con l’avvento di nuove autovetture e motocicli, venivano emergendo.  Armando era solito sedersi sulla sua seggiolini dalle gambe regolarmente smezzate, ultracomoda a suo dire, tarata appo­sitamente per la sua struttura fisica, sul piazzettino, allora in cemen­to, al numero civico due di via del borgo.  Era una seduta continua e contemplativa osservava il fluire dei passanti e scambiava gene­riche chiacchiere sul tempo, sulla campagna, sugli ultimi pettego­lezzi cittadini.

Allora, da ragazzo, non riuscivo proprio a compren­dere perché la sua abitazione pur essendo la prima casa di via del borgo avesse sopra la porta indicato il numero due. Questa presun­ta anomalia era anche occasione di scherzosa derisione, d’Armando, da parte di noi ragazzi, ogni scusa era buona per apo­strofarlo “manco `r comune ti tiene in considerazione, t’anno dato `r numero due, a Stefano l’uno perché tanto tu arrive sempre secon­do”. La verità scoperta poi in seguito era che la sua casa si trovava sul lato destro della via e quindi soggetta a numerazione pari. Spesso lo scherzo più cattivo che gli facevamo era di mettergli una puntina acuminata incastrata nella scalcia della sedia e quindi non visibile all’occhio. Ci nascondevamo poi dietro l’arco nell’attesa che uscisse e puntualmente si accomodava, nella sedia sulla piaz­zetta come fosse il suo salotto buono, immediato era il suo mugu­gno di dolore e poi improperi e bestemmie a non finire, a quel punto non reggevamo più il silenzio e sghignazzando correvamo inebria­ti verso l’Appollonnia.

Armando periodicamente, prendeva una vecchia scopa senza manico, un secchio di calce spenta e tingeva le pareti esterne del suo piazzette, il suo regno incontrastato che così era sempre bianco un po’ stonante con il vecchio borgo fatto inve­ce di pietre e sassi. I soliti criticoni affermavano che il suo lavoro era antiestetico, semplicemente brutto, fuori luogo ed i più cattivi assicuravano che tale “pecionata” serviva soltanto a lui che nell’eb­brezza della sera di fronte al bianco abbagliante comprendeva di essere arrivato a casa. Gli scherzi con i ragazzi erano inevitabili, continuavano sempre ci sembrava quasi impossibile che un adulto fosse la nostra vittima ma anche connivente.  Inveiva, sacramenta­va, strillava sul momento ma in fondo era divertito quanto noi. Quando veniva l’autunno, verso la fine di settembre e i primi d’ot­tobre, tutte le cantine del borgo, allora ancora efficienti, attive, in movimento preparavano le botti, i bigonci, tini per l’evento più gaio, la vendemmia, il trasporto e la sgranatura delle uve, il fermen­tare delle cantine.

Ogni famiglia era impegnata e tutte le cantine, anche la più piccola, mettevano i bigonci, i tini all’esterno, pieni d’acqua, a stanare. Vi erano diversi contenitori anche in via dell’arco e di conseguenza in tale periodo si moltiplicavano i giochi d’ac­qua. Schizzarsi, immergere la testa in una gara di fiato a cronome­tro. Quando Armando aveva pronto il suo laboratorio all’aperto, davanti casa, con giunchi, canne spaccate e tutti gli attrezzi da die­tro l’angolo, in più di uno, gli rovesciavamo con forza, con conti­nuità l’acqua di diversi bigonci che nel tratto in discesa sembrava un piccolo ma vorticoso fiume in piena travolgendo le sue cose. Rapida la fuga ma anche il ritorno a controllare l’efficacia del dispetto e sorridere sull’evento scherzoso e fastidioso al tempo stes­so prodotto da piccole, amichevoli, allettanti canaglie. Dopo la molestia passavamo alcuni giorni, come per farci dimenticare, per­donare, all’Appollonnia, lontano da Armando da quel crocicchio vitale.

Tutto rapidamente tornava tranquillo, non erano neanche avvertiti i nostri genitori sulla burla consumata, una bonaccia dopo una piccola tempesta in bottiglia. Un’infanzia collettiva, sincera, spensierata alla ricerca, come tutti i ragazzi felici, speriamo di tutti i tempi, del desiderio ingenuo e spontaneo, della fortuna sognata senza oppressione, arroganza, della ricchezza costruita onestamen­te con le idee proprie, il proprio lavoro, della libertà e dell’amore frutto d’animi nobili, naturali ed umani. Armando è ormai scompar­so da qualche tempo, il suo mondo semplice ed inconfessato è nel­l’oblio, il borgo e le sue cantine sono sempre più chiuse, utilizzate solamente per la festa del vino, i ragazzi sono ormai quotidiana­mente, insistentemente dominati, controllati, espressione della tele­visione, dei videogiochi.

Tutto cambia ed è normale, inevitabile ma forse la cosa più grave, dannosa ed irreversibile è sicuramente la perdita dei sentimenti, della memoria storica, di un’infanzia creati­va, istintivo pane abituale ed essenziale dei nostri figli, future spe­ranze.

Una risposta a "ARMANDO"

  1. Filippo 26 novembre 2011 / 14:42

    Caro Nevino, ho letto i tuoi racconti ieri sera per due volte di seguito, hai descritto i luoghi della nostra infanzia con grande passione e poesia. Avevo visto giusto nel mio racconto quando mi sono permesso di scrivere che “un modo di vivere che soltanto chi lo ha vissuto può capirlo ed apprezzarlo”. Crescere giù al borgo insieme a tantissimi altri bambini credo sia stata una delle cose più belle che il Signore mi abbia concesso. Quanto sarei felice se le case le piazze e i vicoli ritornassero a vivere come una volta..

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