IL FOSSO DI CASTIGLIONE

di Nevino Barbanera

Tornammo dalla vacanza estiva, insieme alla mia famiglia e a quella di mio fratello Guerrino.  Eravamo stati al mare a Riccione per una decina giorni divertendoci molto. Ritirai la posta dalla cas­setta era piena di stampe pubblicitarie e delle solite pesanti fatture di utenze domestiche quali telefono, luce, gas.  Sembra proprio che ci sia un sottile piacere morboso di qualcuno a farti ritrovare, al ritorno dalle ferie, una quantità di date da onorare.

Tra le molte let­tere c’era una particolare con busta gialla, caratteri grandi, stampa­tello a me indirizzata presso Piazza S. Giovanni numero otto sede dell’associazione culturale “Accademia Barbanera”. Aprii avida­mente e curiosamente la lettera e nello stesso carattere dell’indiriz­zo spedita da Viterbo, come risultava dal timbro, il testo era il seguente:

“13 Agosto 2001 – Solo tu Nevino mi puoi capire. Io sono il fosso di Castiglione che madre natura mi ha fatto nasciere a Vionica pè dissetare e dare da mangiare a tutta la valle. Penso che un piccolo ricordo mi va meritato!  Lo scrivente è il figlio del fosso.”

Sul momento rimasi, rimanemmo sorpresi, la mia famiglia ed io, poi cercammo di capire il mittente o la motivazione di tale lettera. Domandammo ad amici e parenti in modo infruttuoso e addirittura ne vennero fuori delle fantasie tremende. Chi era questo figlio del fosso? Sicuramente una persona non giovane, la lettera era partita da Viterbo, forse vi abitava ? quanti anni poteva avere? Che cosa voleva da me? In fondo solo un piccolo ricordo, così scri­veva.

Domandando in giro né usci fuori che forse mio nonno Guerrino, da giovane aveva avuto un’amante e presso il fosso di Castiglione s’incontravano, magari dando poi alla luce un figlio che sarebbe in ogni modo stato nostro zio, fratellastro di mio padre.  Pensammo addirittura all’età ed ad un volto ma la fantasia era trop­po audace e non era proprio il caso di infangare la loro memoria. Ed il fosso di Castiglione divenne per me oggetto di riflessione, d’attenzione riportandomi ragazzo sulle sue rive a giocare e trascorrere intere giornate spensierate.

Come tutti i luoghi del gioco di ragazzi, il fosso ha rappresentato un periodo molto fertile della mia gioven­tù e di tanti altri coetanei. Per andare al fosso passavamo al “buco di Cannara” per poi prendere il sentiero tra i campi della strada pro­vinciale ed arrivare al campo di “Trono” sulla via di fontana vec­chia.

La fontana in estate per diversi anni divenne la nostra piscina privata, l’acqua corrente era gelida ma noi c’immergevamo senza timore pensandola una vera vasca da nuoto di poveri ragazzi.  Ci fu qualcuno cui non piaceva tutto ciò e misero per dispetto delle pun­tine sul fondo della vasca per farci pungere ed abbandonare tale sito. L’espediente non durò molto perché piano piano con i piedi le ricercammo rimovendole tutte. Il periodo della piscina tuttavia non durò a lungo poiché un giorno i soliti ignoti che amano interessarsi degli altri avvertirono le nostre mamme che vennero a vederci e a portarci via con qualche schiaffone.

Un altro ricordo particolare della fontana vecchia, che da il nome all’intera via, oltre il fresco dissetarci estivo, fu un giorno quando ritornando dalle scorribande presso il fosso c’era alla fontana l’anziana signora Ruggeri che a quei tempi abitava proprio di fronte nella casa di campagna sulla via. Tornavamo un gruppetto di ragazzi tutti sudati e trafelati e la signora stava abbeverando una mucca alla fontana, ci disse di fer­marci e di farla terminare l’abbeverata in quanto la mucca era molto suscettibile “aspettate, state attente sta mucca zucca”.

Si sa i ragaz­zi ascoltano poco ed uno dei più scalmanati anche se più piccolo d’età, Nirio Anselmi, senza prestare attenzione al consiglio si mise a correre sulla via.  In un solo momento la mucca sembrava impaz­zita abbandono l’abbeveraggio alla fontana ed incominciò ad inse­guire il ragazzo. La signora Marina che la reggeva con la corda fu trascinata dalla mucca all’inseguimento di Nirio. Correvano per la via Nirio avanti, la mucca che zuccava dietro di lui e dietro anco­ra, a trascino la signora Marina Ruggeri. La corsa non durò molto e dopo qualche decina di metri la mucca si fermò, al momento sembrò un evento tragico ma poi visto lo scampato pericolo grazie alla tenuta di presa della signora ridemmo dell’accaduto notando diret­tamente che anche le mucche potevano dare delle zuccate e fare del male non soltanto i tori della corrida.

Il fosso di Castiglione questo corso d’acqua perenne ridotto attualmente ad un semplice rigagno­lo per irrigare alcuni terreni in un’economia non più agricola, oltre che per i ragazzi, effettivamente ha rappresentato per la storia del paese, della piccola vallata una risorsa naturale importante. Sfruttato com’energia pulita ed economica. Il fosso di Castiglione nasce tra due valloni nella frazione Sermugnano vocabolo “Vionica” tra una roccia e l’ altra scaturiscono due sorgenti, la più grande sorge sul podere dove oggi vi è il “Castelletto” casale ristrutturato a forma di castello con un caratteristico pino pendente. Vicino alla strada comunale che da Sermugnano porta a Lubriano.

Dopo circa un chilometro dalla sorgente, il fosso iniziava già a dare i suoi frutti all’uomo alimentando un molino a grano con il sistema idraulico mediante un invaso d’acqua detto bottaccio, poi mediante una piccola cascata muoveva le palette che a loro volta facevano girare una ruota che permetteva di azionare una macina in pietra per la molitura del grano ed altri frumenti.  Dopo circa un ulteriore chi­lometro nella proprietà dei Belcapo si può ammirare una piccola cascata che faceva girare un generatore di corrente di recente inven­zione, intorno agli anni ’20, che con la sua corrente alimentava un altro molino ad olio in località Madonna delle Macchie tuttora esi­stente ed attivo per la molitura delle olive, naturalmente con ener­gia elettrica della rete nazionale non più del modestissimo fosso.

Tal energia elettrica era utilizzata anche per l’illuminazione dei vari casali contadini delle proprietà Belcapo. Me lo ricorda ancora mia nonna Valentina detta Wanda che quando erano contadini di Belcapo avevano anche, per quei tempi, quale gran vanto l’illumi­nazione elettrica in casa, una piccola luce ma di vitale importanza e distintiva. Tornando al fosso dopo di questo tratto iniziava lo sfruttamento irriguo dei campi. Tranquillo, il fosso di Castiglione, scorre per circa un chilometro per trovare uno sbarramento fatto in pietre di travertino realizzato dall’uomo diverso tempo fa. Una parte dell’acqua era così costretta ad incanalarsi in un lungo canale detto forno, scavato completamente a braccia, fino ad arrivare sotto le mura di Castiglione in Teverina dove operavano ben tre molini proprietà dei Ravizza d’Orvieto.

Tuttora tali località sono denomi­nate frollino e vocabolo bottaccio dove vi erano rispettivamente due mulini il primo ad olio l’altro sia ad olio sia a grano. Qui l’ac­qua del fosso faceva veramente un gran lavoro, il molino a grano lavorava per l’intero anno, facendo farina per Castiglione ed il suo comprensorio campestre, case nuove, Vaiano. Venivano fino al “Bottaccio” con l’asino per macinare il sacco del grano percorren­do la strada delle coste e molto spesso la strada interna essendo di creta. L’asino con il suo peso affondava e il povero contadino dove­va prendere il sacco di grano sulle spalle.  Nel periodo della secon­da guerra mondiale il fosso ed i suoi molini sono stati un sollievo per la popolazione, quando la farina era venduta a “borsa nera”, chi aveva un misero sacchetto di grano, di nascosto veniva a macinar­lo ricavando un poco di farina per sfamare i suoi figli.

L’acqua del fosso doveva continuamente far girare le macine e dagli ultimi gior­ni di novembre s’incominciava a macinare le olive. Vi erano due grandi macine di granito, sono ancora visibili nella cantina di Nello Sganappa attuale proprietario dei locali. In quei tempi non vi era la centrifuga per separare l’olio dall’acqua e tale operazione era effet­tuata a mano. L’olio veniva depositato in serbatoi di legno, il gior­no successivo il mugnaio prendeva un arnese a forma di padella facendo la divisione. Dopo qualche giorno il mugnaio ripeteva que­st’operazione per la seconda volta, il risultato della seconda schiu­matura dava un prodotto di scarto detto “olio dell’infernaccio”che era dato ai contadini quale usanza del tempo. La vita intorno ai molini era molto intensa oltre il lavoro diventava un riferimento di bisboccia ma anche mezzo di sostentamento alimentare.

Lungo la strada che porta dal molino al fosso vi era sulla sinistra una rigogliosa siepe alta circa 2 metrifatta di biancospino, sambuco, rodo, marruco la quale rappresentava una vera e propria dispensa natura­le. Durante le lunghe notti presso il molino i lavoranti facevano delle poderose battute d’uccelli dove con il sistema del “diavolac­cio” catturavano molti volatili. Avevano realizzato com’era usanza dei tempi e dei luoghi un attrezzo a forma di grosso ombrello com­posto di bastoni di legno intessuto con filo, tipo una gran ragnatela intrisa di vischio. Il “diavolaccio” diventava così tale per gli uccelli, si andava nei pressi della siepe si smuoveva, facendo rumore e gli inermi uccelletti che li stavano dormendo partivano di scatto rimando appiccicati all’attrezzo.

Uscivano spiedate d’uccelletti che davano da mangiare ai miseri operai del molino. Si continuava sem­pre festosi con bruschette o ventresca rosolata sul fuoco. All’interno del molino vi era una stanza segreta dove poteva entra­re solo il mugnaio e proprio lì erano effettuati i depositi e le celate ripartizioni di produzione. L’acqua del fosso stanca e tremante fuo­riusciva dai molini e in più punti arrivava alla piana sottostante detta “canepule” dove era coltivata la canapa. Vi era nei pressi un ricco frutteto, ed orti rigogliosi nonché consistenti raccolti di grano. Nei pressi del “canepule” vi giungeva un rivolo d’acqua detta “borga” vi era un gran vascone in pietra dove la canapa in grandi fasci era bagnata, immersa nell’acqua per alcuni giorni e lavorata per ottenere tessuti.

Dopo la bagnatura occorreva batterla usando un cavalletto, fatto con un piccolo tronco di legno scavato a v poi era presa una grossa spada di legno e battendo sul cavalletto si separa­va tutta la parte legnosa. Ancora con un grosso pettine di ferro era pettinata e la parte migliore era usata per fare appunto i tessuti come lenzuola, asciugamani, sacchi per il grano e quanto altro serviva. La seconda parte era utilizzata per fare corde d’ogni tipo. L’acqua del fosso non ha concluso il suo percorso e continua ad irrigare i campi ed inoltre in “loc. case bozze” vi era un altro molino a grano detto “Renaro” ed infine il povero fosso di Castiglione sfocia definitiva­mente sul fiume Tevere con una gratitudine di tutta la popolazione.

In pochi chilometri si condensava un piccolo patrimonio naturale, frutto della bontà dei luoghi e della capacità dell’uomo intento a sfruttare quest’originario esempio di ingegneria idraulica.

Oggi il fosso scorre lento, torbido, non alimenta più nessun molino, soltanto pochi orti e rare coltivazioni, nella mia piccola ricerca ho trovato tuttavia ancora un contadino autentico, anche se pensionato, che continua imperterrito malgrado la cattiva stagione, l’asciutta o la piena, a rispettare, tutelare, onorare il fosso di Castiglione patrimonio dimenticato dei suoi cittadini.

Questo signore è Luigino Rossi coltiva ancora intensamente i suoi pochi ettari di terra, ha una casetta di campagna sulla strada , una fresca e fornita cantina e ricorda con piacere quando il fosso era trattato con onore e rispetto dando di che vivere a molti.

La vita di Luigino forse è sempre corsa parallela al fosso parten­do dall’abitazione paterna alle sue sorgenti per ristabilirsi poi attualmente in loc. canepule. Forse il figlio ideale di questo fosso scordato è proprio lui altrimenti restano solo i ricordi e niente più.

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