IL RABDOMANTE

di Nevino Barbanera

Quando viene la torrida estate, nonostante le stagioni si siano appiattite e da noi nell’entroterra del centro Italia non è così torri­da. Scarseggiano le piogge e la piccola sorgente del nostro campo, in Loc. Renale, nel comune d’Orvieto, diventa secca. Fuoriesce da un anfratto del terreno e incanalata raggiunge una vasca al centro del nostro piccolo appezzamento.

In estate goccia soltanto e il nostro orto, coltivato in fretta, stenta e avvizzisce. Se l’acqua l’a­vesse permesso avremmo certamente pomodori, fagiolini, cetrioli, piselli, zucchine e sai quante abbondanti verdure genuine. Vista questa mancanza idrica ci venne così l’idea di chiamare un parente dedito alla rabdomanzia, arte di localizzare acque ed altri prodotti sotterranei.

Ne avevo sempre sentito parlare, fin da bambino, come una magia, un mistero, una sorta di potere personale soprannaturale, ma mai visto in azione. Forse avremmo potuto approfondire la sorgen­te superficiale o spostare di qualche metro la canalizzazione, Erano solo dei forse senza un opportuno e decisivo tentativo. Venne final­mente una mattina presto. Terzogenito dei quattro fratelli Mescolini di cui tre agricoltori del piano di Castiglione in Teverina, in parti­colare viticoltori, produttori e trasformatori di ottimi vini.

Tutti e quattro hanno un soprannome: Bigo, Truffa, Chiolle e Pallino un appellativo familiare, scherzoso molto in auge da queste parti, nomi di fantasia affibbiati dalla lontana zia Filomena molto spesso ricor­data dalla nonna Vanda. Chiolle il rabdomante è piccolo di statura, scuro di pelle e di capelli. Non è un uomo di cultura classica, tradi­zionale ma il suo ingegno e la sua vocazione contadina ne fanno un grande uomo, un vero artista popolare.

Ecco, prepara con semplicità una’ forcacchia” d’olmo, prende le estremità tra le mani aderenti al corpo ed inizia la sua ricerca con un passo calmo, cadenzato, estremamente professionale. Sembra proprio di vedere incarnato un mitico etrusco immaginato sui libri d’archeologia, o sugli affreschi di una tomba. Così mistico, propen­so a scrutare il cielo, a carpire i segreti alla madre terra, un auruspi­co, indovino etrusco, tratto dai libri fatales, con i suoi occhi picco­li, curiosi, intelligenti.

Il suo nome anagrafico spesso dimenticato, Sirio, la stella più brillante del cielo, calza perfettamente su l’uomo. Continua il suo cercare e d’un tratto, come d’incanto, raccogliendo i fluidi reconditi del terreno, la bacchetta inizia ad agitarsi, a rotea­re tra le mani e trasportato segue questo flusso e senza averne cono­scenza, tra le erbe alte, arriva proprio sopra la piccola sorgente.

La sua intensità, come poi ci dirà, è scarsa e d’origine piovana e quindi in estate, con le piogge ridotte, quasi scompare. Inizia la nostra piccola delusione. Continuiamo la ricerca sperando in una nuova sorgente. Giriamo l’intera proprietà ma le strade sono vane.  Quando si è sfortunati, dice un vecchio proverbio, anche cadendo all’indietro ci si rompe il naso.

Troviamo finalmente una sorgente, la forcella impazzisce ma siamo su un terreno vicino ed il passaggio su un altro ancora ci taglia quasi fuori.

Sirio Mescolini, detto Chiolle ci prende in confidenza e ci parla della sua arte musicale, suona con passione la fisarmonica e quan­do le feste erano più semplici, fatte di un solo strumento, di fatiche immani e di balli sull’aie, molte volte le ha allietate diventandone il protagonista.  Come un bambino, nuovo dell’ambiente, osserva ogni cosa, nella massima quiete, nella tranquillità senza troppo disturbare le divinità di questi luoghi, di questi sassi alluvionali.  Decidiamo infine per l’indomani, di perforare con una trivella manuale, vicino al confine estremo inferiore.

Arriva nuovamente, l’indomani, puntuale e mattiniero. Trasportiamo la trivella con un maniglione e ben nove pezzi, nove metri di canna perforante. Sembra quasi un gioco. Accertarsi, prima di affrontare un pozzo, se esiste acqua e in quale quantità. Sembraveramente impossibile. Ed iniziamo la perforazione. Man mano che scende la canna n’aggiungiamo un’altra e un’altra ancora. Mettiamo un po’ d’acqua per aiutarla a scendere e continuamente solleviamo.

Chiolle il rabdomante si abbassa ed esamina, come un vero geologo esperto, vari i campioni di terreno, poco porcino, madile, terra bianca e decisamente, quando siamo a sette metri, sab­bia bagnata. Purtroppo l’acqua non l’abbiamo propriamente trova­ta.

Continuiamo ancora e finalmente la trivella scende in un gorgo­glio d’acqua. Potremmo finalmente approntare un pozzo, innaffia­re il nostro orto, provvedere a tutte le incombenze delle stagioni. Abbiamo scoperto un tesoro: l’acqua, questa fonte primaria di vita che raggiunge ogni casa, ogni sito. Così pura in natura, fresca, trasparente, incolore, insapore che ogni giorno continuamente consumiamo, sperperiamo, inquiniamo nelle falde, negli acquedotti, nei fiumi, nei laghi, nei mari.

Senza acqua non vi sarebbe la vita e ci sembra un bene eterno, riproducibile all’infinito. Solo quando notiamo la sua assenza, in un terreno secco, nelle erbe morte, nelle case razionate scopriamo, nonostante la tecnologia dominante, che abbiamo bisogno d’ele­menti semplici, naturali quali l’acqua, l’aria e che ininterrottamen­te distruggiamo o non facciamo proprio niente per proteggere.  Sembra impossibile averla trovata senza attrezzi sofisticati, tecno­logici, solo con l’ausilio delle mani e di una bacchetta di legno. Sondare in profondità un terreno.

Di fronte a questa rinnovata sco­perta viene ben da pensare su l’importanza di certi fluidi, forze ignote dell’uomo che nei tempi antichi, erano molto più conosciu­te, studiate, apprezzate. Avremmo finalmente la nostra sorgente, autonoma, questo terreno rifiorirà. Sirio è felice con noi come se avesse dimostrato i suoi incredibili poteri, come se avesse strappa­to un’ulteriore sorgente alla terra avida. Tornerà ai suoi campi, ai suoi impegni, alla sua viticoltura.

Se avesse vent’anni oggi, non sarebbe di certo un giovane annoiato, in balia della televisione, si dedicherebbe con gran passione all’archeologia, alla speleologia, a conoscere i misteri degli antichi, delle arti eterne, della vita. Nessuno gli ha insegnato, a nessuna scuola ma di certo è un pro­fessore di vita, ha una forza interiore da riuscire in ogni cosa.

Ci saluta ed afferma con immensa saggezza “beati i giovani che nascono oggi hanno molte possibilità ma purtroppo non le sanno apprezzare”.

I rabdomanti sono quasi scomparsi, le sorgenti naturali sono sempre più rare, la desertificazione, l’inquinamento avanza e noi…

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