MAURO SPINETTI – LA MIA AFRICA

Non è facile parlare di Castiglione perché è il paese  dove sono nato, il paese che mi ha visto da piccolo, il paese che ti ha visto crescere e il paese che mi ha visto partire nel 1987.
Mi capita spesso per lavoro di muovermi, di andare a Roma o a Terni e ogni volta che vedo quel paese arroccato su una collina immagino il pensiero della gente che lo vede per la prima volta da lontano. Da lontano si vede quel borgo antico su cui spicca il campanile della chiesa parrocchiale e dalla parte opposta si vede la parte nuova del paese.
A Castiglione manco dal 1987 e quello che vedo ogni volta che ritorno è sempre lo stesso paese anche se in effetti poi è cambiato. La stessa gente, magari invecchiata, la stessa gente che la sera si ritrova al bar per fare quattro chiacchiere dopo una giornata di lavoro, la stessa gente che immancabilmente discute sui gol in fuorigioco o sui rigori dati o non dati. Ma tutto sommato, vivendo in provincia di Pordenone, in un paese ancora più piccolo di Castiglione mi rendo conto che la realtà dei paesi è in ogni parte d’Italia è la stessa.
A Castiglione ho lasciato amici, parenti e affetti, che immancabilmente ogni volta che mi ritrovo al paese  si vedono,  magari per un caffè o per due parole, ma per sentirsi a casa è sufficiente anche un semplice saluto con un alzata di mano. In questi 23 anni ho visto molti cambiamenti, gente che si sposa, gente che, come me, si trasferisce, gente che cresce, gente che matura.  Mi ricordo bambini che da piccoli erano da riempire di schiaffi, ora invece sono sposati e genitori che non sembrano nemmeno loro. Tutto questo per dire che il tempo passa per tutti, anche se dentro mi sento giovane devo pensare che ho 45 anni.
Nel 1987 quando sono andato via da Castiglione c’era il bar da Remo con i compianti Remo e Piero. Ora c’è Roberto; una volta c’era il bar da Lillo ora c’è quello di Gianni; non c’è più Latino con i giornali e le bombole ma c’è l’Antonella e Massimo.
A Castiglione ho passato la mia giovinezza, le scorribande con i motorini in autogril, le gare per il rivellino a vedere chi lo saliva con la marcia più alta, i gavettoni in piazza la sera in estate. La patente arrivò nel 1984 e allora ci vedevano in giro con le macchine dei genitori. Solo alcuni si comprarono una macchina loro, alcuni nuova, come Graziano Bianchi e Stefano Fedeli. Io mi ricordo che avevo il 127 azzurro di mio padre.
Non tutto ho visto che è rimasto uguale, ad esempio quando ero piccolo o adolescente il ritrovo era in piazza  la sera dopo cena ora invece la sera in piazza non c’è praticamente nessuno perché la gente sia giovani che meno giovani si ritrovano nei bar.

Dal 1987 ad oggi ne sono successe di cose  che mi hanno colpito, sia nel bene che nel male, mia mamma mi riferisce costantemente di quello che succede dalle nozze alle nascite, dai matrimoni alle separazioni, dalle malattie alle morti. Ci sono state delle notizie che mi hanno colpito in maniera particolare soprattutto le notizie brutte tipo la morte di Remo e di Piero, la disgrazia accaduta alla famiglia Cignelli. Per finire ripeto che  Castiglione non è facile da dimenticare, ogni occasione, compatibile con il lavoro, è  buona per tornare a visitare il paese che senti tuo, il paese che ti ricorda la giovinezza il paese che ti ha visto crescere dove hai lasciato gli affetti che con il tempo, per forza di cose non ci sono più.
Gli amici però rimangono, ho avuto la riprova quando nel 2007 è venuto a mancare mio padre e li ho rivisto gente che non vedevo da parecchio tempo. Ha distanza di anni facendo un resoconto devo dire che il paese di origine un po’ manca soprattutto quando con la calma ci si mette a pensare ai tempi passati che di certo non torneranno più.

MISSIONE IN SOMALIA


E’ difficile raccontare storie di gente che è lontana chilometri da noi soprattutto perché è difficile immaginare come facciano a vivere in condizioni che per noi, abituati a vivere nelle comodità, sarebbero  impossibili.  Non è facile scrivere una storia lunga 80 giorni intensi come quelli che vanno dal 9 Giugno al 28 Agosto 1993 però ci proverò. I castiglionesi più vecchi mi conoscono perché a Castiglione ci sono nato e  abitato fino al 1987 quando mi sono arruolato nell’esercito. Dopo il periodo di  permanenza a Viterbo e a Piacenza sono stato destinato a Maniago in provincia di Pordenone al reparto dove tutt’ora faccio servizio. Non è stato subito piacevole perché mi ero trovato in un mondo che non era mio, la gente parlava un dialetto incomprensibile, il clima è piuttosto freddo in inverno e caldo umido in estate, un posto dove l’estate si confonde con l’inverno e se disgraziatamente inizia a piovere, be allora sembra di stare nella foresta equatoriale dove quando comincia la tira a lungo per settimane. Dopo i primi tre anni a Maniago, vari campi in Sardegna, vari corsi frequentati e il matrimonio, iniziarono le prime missioni all’estero. Il reparto dove faccio servizio era, e lo è tuttora, proiettato per le missioni all’estero, quindi un po’ per voglia, un po’ perche non si può dire di no, un po’ per curiosità e soprattutto perché era quella cosa immensa che guardavo attaccata alla parete della classe, insieme ad altri colleghi partimmo per la missione in Somalia cioè in  Africa, praticamente si era avverato il mio sogno.

Partii da Maniago il 5 Giugno 1993 e dopo tre giorni di permanenza a Pisa arrivai a Mogadiscio la mattina del 9 Giugno. L’inizio non fu come me lo aspettavo, perche mentre eravamo in attesa per partire da Pisa arrivò la notizia che a Mogadiscio avevano ucciso una ventina di soldati Pachistani. La cosa ci lasciò senza parole perché sapevamo che era una missione rischiosa però a pochi giorni dalla partenza iniziavamo a pensare al rischio a cui andavamo incontro. Mi ricordo che la sera del 7 Giugno per sdrammatizzare la situazione un po’ tesa andammo a festeggiare con ribollita e chianti la nascita della nipote di un collega che era in partenza con me, e io ne approfittai per dare a tutti la notizia che di li a 6 mesi sarei diventato papà. Fu un modo diverso di passare una  serata in compagnia cercando di mascherare la tensione che ci sentivamo dentro. Il viaggio da Pisa a Mogadiscio, con aereo militare, è durato 12 ore è stato massacrante ma soprattutto rumoroso, sembrava di stare dentro un motore tant’è vero che non vedevamo l’ora di arrivare in Somalia. Quando l’aereo atterrò e si aprirono le porte per farci scendere con la forte umidità che c’era la mimetica ci si attaccò addosso come la pece, iniziammo tutti a sudare e le gocce di sudore scendevano dalla fronte come se fossimo appena usciti dalla vasca da bagno. Li inizia a pensare che l’Africa che vedevo per televisione e che avevo sempre sognato non era quella che stavo vedendo in quel momento.

La prima persona che vidi è stato Leonardo detto Rapace, un collega che sta in caserma con me, ci fece salire sul cassone del camion ci disse di metterci il giubbotto e l’elmetto, ci diede le munizioni per il fucile, e ci disse di stare attenti perché più avanti, fuori dall’aeroporto, c’era un matrimonio. Pensai: “ Perche dobbiamo stare attenti se c’è un matrimonio?” Leonardo ci stava portando  tutti alla base italiana del porto vecchio dove poi venivamo smistati per le varie basi. Nei due chilometri di strada che separavano il porto dall’aeroporto vedevo case distrutte,si sentiva odore di gomma bruciata, si vedevano dei piccoli focolari, la  gente che ti guardava storto, vecchi che ti salutavano, bambini piccoli che chiedevano acqua e ci dicevano “Italia Somalia fratello”, mentre bambini un po’ più grandi ci urlavano appresso “Italia Mafio” o addirittura ci tiravano sassi.

Si sentivano degli spari, non molto distanti, e allora capii perché dovevamo stare attenti  al matrimonio che diceva Rapace. In quei momenti, appena arrivato, mi guardavo attorno e pensavo che quella non era l’Africa che speravo di vedere. La strada che separava l’aeroporto era poca ma sembrava lunghissima, la gente si avvicinava ai camion per prenderti qualsiasi cosa gli capitava tra le mani, i ragazzi ti tiravano le sassate insomma  se il buon giorno si vede dal mattino era proprio il caso di dire  buonanotte. La paura aumentò quando Leonardo fece fermare la colonna per dare un sacchetto di alimenti a un bambino che si era messo in mezzo alla strada con la mano alzata alla maniera fascista e una bandiera italiana nell’altra. Questo bambino è diventato per tutti noi subito una mascotte perché era piccolo, (avrà avuto 4 anni) ma allo stesso tempo ti guardava con degli occhi pieni di sofferenza sembravano gli occhi di un uomo vissuto, di un uomo che ha sofferto per la fame e per la fatica. Capimmo dopo un po’ di tempo che quel bimbo era da solo,  i genitori erano morti sotto un bombardamento, aveva una sorella più piccola e viveva con la nonna perche anche il nonno era morto in un bombardamento. Lui facendo il saluto fascista a noi italiani e sventolando la bandiera italiana, aveva trovato il modo per racimolare il mangiare per lui, la sorella e la nonna.

Il porto vecchio era la base Italiana di Mogadiscio, dove era d’obbligo passare in quanto si faceva lo smistamento del personale. Alcuni erano destinati proprio li, io ed altri colleghi, invece eravamo destinati a Baladh dove c’era la Compagnia Carri. Era una base a trenta chilometri da Mogadiscio, trenta chilometri di strada dritta in mezzo al deserto di colore giallo o rossastro. Baladh era una vecchia base dell’accademia militare somala. Era abbastanza attrezzata, c’era una tenda spaccio dove immancabilmente si poteva prendere il caffè o una birra fresca, c’era una tenda televisione dove si vedevano le video cassette dei telegiornali registrati 2 o 3 giorni prima o qualche film. La cucina era ottima, si mangiava decisamente bene, considerando le condizioni ambientali e il disagio con cui bisognava lavorare. La frutta era ottima banane, mango, papaya, pompelmi rosa e noci di cocco veramente speciali. C’era un unico telefono e si telefonava a turno ogni 10 giorni.
Di certo non è stato facile abituarsi al clima, di giorno si arrivava tranquillamente a 50 gradi e di notte si scendeva intorno ai 20, di conseguenza l’escursione termica ti faceva sentire freddo. Si dormiva in tenda in 2 o 3 persone, cosa prioritaria era la pulizia, per evitare topi, il controllo reciproco del corpo per trovare eventuali zecche, controllo della branda per qualche serpente, e degli anfibi per qualche scorpione. Sarebbe stato assurdo morire di un morso di scorpione o serpente in un posto dove la possibilità di morire a causa di una fucilata era sicuramente maggiore. A causa delle condizioni climatiche il pomeriggio era impossibile svolgere le attività normali di manutenzione ai mezzi. Ci eravamo attrezzati con taniche di acqua da 1250 litri da usare come doccia rigorosamente a temperatura ambiente. Per motivi di sicurezza la base era al buio e muoversi di notte era praticamente impossibile. Il sole nasceva la mattina alle 5 ma alle sei di sera era praticamente buio pesto. Passata la prima settimana iniziano le uscite mattutine tra la base di Baladh e quella del porto vecchio. Trenta chilometri di strada chiamata “Imperiale” sabbiosa piena di buche tutta dritta tranne tre curve in prossimità di tre villaggi tra l’altro poco simpatici. Mogadiscio è una città grande, prima della guerra civile era ricca di negozi, mercati rionali, famoso il mercato della carne dove la carne in vendita veniva appesa a degli ombrelloni con le mosche che se la mangiavano. Si vedevano bambini che ti correvano appresso per rubarti le taniche di benzina delle campagnole, ragazzi giovani che ti offrivano la sorella per 10 dollari (che per loro era un capitale), bambini che si buttavano sotto le campagnole per farsi pagare per essere stati investiti.

La popolazione nei confronti nostri non si mostrava sempre favorevole, era chiaro eravamo visti come invasori soprattutto perche eravamo alleati con gli americani. Nonostante tutto gli anziani erano molto rispettosi, sarà anche perche la Somalia era una colonia italiana e il ricordo del duce non era poi cosi lontano; i giovani invece erano quelli che mostravano più odio verso noi in quanto, credo, che ci vedevano come occupanti e non come persone che, in qualche maniera, cercavano di aiutarli. È chiaro che non è facile per un popolo, che aveva già vissuto il periodo di occupazione, trovarsi con un regime militare dentro casa che ti comanda. Comunque sono state poche le volte che siamo rientrati in base senza che nessuno ci abbia tirato dei sassi o che ci abbia fatto vedere un fucile.

L’astuzia di quel popolo era maggiore di quello che ci si aspettava in quanto, quando c’erano dei disordini, i manifestanti mandavano avanti donne, vecchi e bambini, perché sapevano che non avremmo mai usato la forza contro di loro. Quello che mi colpiva ogni volta che si andava di scorta era la faccia dei bambini, quelle facce smarrite, perse nel vuoto, bambini che ti chiedevano acqua, biscotti, pane o qualsiasi cosa che per loro era commestibile. Un giorno diedi a un bambino una confezione di carne in scatola, me la tirò appresso perche, sbattendola per sentire se era piena, senti che si muoveva e la carne in scatola che si muoveva era quella senza gelatina cioè quella di maiale e loro essendo mussulmani non mangiano maiale. Quel bambino mi aveva insegnato una cosa che io non sapevo. Pensavi se era possibile che un popolo che sta in guerra con se stesso, che ha fame, che muore di malattie dovute alla mancanza di cibo e alla carenza di vitamine, proteine e quant’altro ti tira il mangiare che tu gli porti solo perché è carne di maiale? Si la loro religione non permette il maiale, e allora pensavo a cosa poteva servire il nostro aiuto se prima si mette davanti quello che noi non riusciamo a concepire. Ho visto bambini rovistare nei bidoni dei rifiuti della mensa, e allora pensi a quante volte hai buttato gli avanzi del pranzo e della cena.

Ho visto macchine frenare con una ruota soltanto per risparmiare sulle pasticche dei freni. Gente seduta per settimane vicino alla macchina ad aspettare che gli portavano il pezzo del motore che si era rotto. Vecchi lungo quello che rimaneva dei marciapiedi abbandonati perché menomati fisicamente. Quella non era l’Africa che mi immaginavo da piccolo, quella era l’Africa reale era il “Continente nero”. La sera quando mi sdraiavo sul letto per dormire ripensavo a quello che avevo fatto di giorno, a quello che avevo visto, pensando che sicuramente avevamo una grande fortuna rispetto a loro e dicevo al mio collega che stava in tenda con me “Enzo anche oggi è andata bene”. Ogni volta che uscivamo per una scorta avevamo il cinquanta per cento delle possibilità di non rientrare in base vivi.

A Mogadiscio ogni volta che passavamo con le nostre campagnole ci tiravano i sassi, spesso si sentiva sparare anche vicino a noi e ogni giorno era una sensazione nuova, come se fosse stata la prima volta. E la sera a letto sempre il solito pensiero a casa, alla famiglia, alla moglie, a quel bambino che doveva nascere e dicevi di nuovo che anche oggi era andata bene. In quel periodo ho avuto modo di conoscere molte persone tra cui anche tanti viterbesi, perché come si dice nell’esercito il viterbese sta sempre in mezzo. Un collega di Villa San Giovanni in Tuscia mi presentò un carabiniere dicendomi che era paesano mio. In effetti aveva ragione era Lupino Evasio del Pian della Breccia, trovai un altro collega del Pisciarello, militari di Gradoli, Valentano, Orte e addirittura un altro castiglionese, il compianto Mauro Codino, insomma Viterbo regnava anche a Mogadiscio. Tutto proseguiva per il meglio, alle sassate eravamo abituati, agli spari pure quindi che volevamo di più? Nei momenti di relax (pochi) si organizzavano tornei di calcetto e biliardino con i coreani. I premi erano: se vincevano loro noi gli davamo il cordiale che trovavamo nelle razioni K (a quelle temperature non si poteva bere) se vincevamo noi ci facevamo dare le loro brandine da campo e le loro creme anti zanzare. Quando hanno capito che baravamo per vincere non hanno più giocato.

Il tempo trascorreva bene ma il 2 Luglio avvenne quello che nessuno avrebbe mai immaginato. Come al solito eravamo di scorta e partimmo molto presto dalla base in quanto dovevamo ritornare entro le 10 in base a Baladh. Svolgemmo il servizio programmato ma al nostro passaggio a Mogadiscio vedemmo un movimento che non era usuale, solo qualche colpo di fucile in lontananza, poca gente e soprattutto donne. Ci fermammo al porto vecchio per un caffè e proprio quella fu la nostra fortuna. Rimanemmo bloccati per tre giorni. Arrivarono i primi militari feriti, arrivarono le prime notizie di un attacco dei miliziani somali ai militari italiani. Quel giorno viene ricordato come la battaglia del pastificio. Il bilancio è stato tragico, morirono il S.Ten Andrea Millevoi, arrivato in Somalia da qualche giorno, il Serg. Magg. Stefano Paolicchi, e il C.le Paracadutista Pasquale Baccaro. Ci furono parecchi feriti tra i quali il S.Ten (ora Ten. Col.) Gianfranco Paglia attualmente in servizio ma costretto sulla sedia a rotelle e medaglia d’oro al valor militare. Le notizie che davano i telegiornali erano allarmanti per le nostre famiglie che, sentendo quello che dicevano radio e televisione, si sarebbero sicuramente preoccupati. Lo capimmo bene quando, dopo qualche giorno, vedemmo le videocassette registrate dei telegiornali. Io personalmente quel giorno riuscii a far sapere a casa notizie mie tramite il compianto Mauro Codino che vidi al porto vecchio in quanto lui, essendo elicotterista, era impegnato nello sgombero dei feriti dal porto vecchio all’ospedale da campo svedese. Per due notti riposammo sopra un cassone di camion, la mattina quando ci alzavamo eravamo pieni di sabbia che il vento portava dalla spiaggia La calma apparente si era trasformata in una sommossa generale. Qualche giorno dopo durante una scorta venimmo presi di mira da gente che, quando ci ha visto, ha iniziato a spararci contro. Ce la siamo cavata tutti con molta paura e niente di più. Quel giorno in un attimo mi vidi passare tutta la mia vita davanti agli occhi. In quei momenti non pensi a niente, ma pensi a tutto, si svolge tutto in un attimo ma sembra un’eternità il pensiero ti va ai famigliari che hai lasciato a casa, ho pensato a quel figlio non ancora nato ma che aveva già rischiato di rimanere orfano. Da quel giorno le cose un po’ cambiarono, continuavamo a fare scorte, senza pensare a quello che era successo, perché quando si ha in mano un’arma la mente deve essere sgombra da pensieri e da paure. La sera per sdrammatizzare si giocava a carte ma non siamo mai riusciti a finirla una in quanto i nostri vicini di casa sparavano e noi tutte le sante sere dovevamo fare la sicurezza al nostro settore.

La missione fini il 28 Agosto rientrai con 10 chili in meno ma con uno zaino colmo di ricordi e anche un po’ d’esperienza in più. Ci furono altri attentati agli italiani da parte di miliziani, uccisero il Mar. Vincenzo Li Causi, la giornalista Ilaria Alpi, il suo cameramen Miran Hrovatin, una crocerossina, Maria Luisa Luinetti, il Cavalleggero Tommaso Carrozza, il Tenente Giulio Rizzi, i C.le Par. Giorgio Righetti e Rossano Visioli, i Par. Giovanni Strabelli e Gionata Mancinelli, ma paradossalmente i nostri giornalisti nei telegiornali non lo ricordano più. La cosa più scioccante che mi ha colpito è stata la notizia letta sul giornale di Pordenone un paio di mesi dopo il mio rientro che parlava della morte di un bambino somalo. Si proprio lui la nostra mascotte. Parlando con dei friulani ho ricevuto delle critiche per il fatto di aver partecipato a missioni all’estero, mi è stato detto che noi militari siamo mercenari perche per partecipare a queste missioni ci danno troppi soldi. Accetto le idee altrui anche se non le condivido, spesso si parla per far prendere aria ai denti. Anche se fosse cosi ho unito l’utile al dilettevole e ho avuto la fortuna di portare a casa la pelle (a proposito in Somalia ho scoperto che noi siamo come i gatti cioè abbiamo sette vite, io ne ho bruciate due, pero cinque me ne sono rimaste) Da piccolo sognavo l’Africa, la immaginavo con gli occhi di un bambino, da grande l’ho vista, ci sono stato, l’ho toccata e la ritoccherei volentieri, sempre quella ma con gli occhi e l’esperienza di oggi. Non è stata l’unica missione all’estero. Sono stato in Kosovo 2 volte, 2 volte in Iraq e una volta in Libano, ma nessuna delle missioni è stata come la prima…in fin dei conti il mal d’Africa è una malattia.

Mauro Spineti

4 risposte a "MAURO SPINETTI – LA MIA AFRICA"

  1. sergio volentieri 30 marzo 2011 / 11:10

    Caro Mauro è proprio vero quello che ti segna di più in questi posti sono gli occhi dei bambini, che ti guardano con quello sguardo profondo e vuoto senza futuro .Complimenti per quello che hai fatto e farai ancora.

  2. Marcello Camilli 30 marzo 2011 / 13:49

    Caro Mauro, come te, anche io fino a qualche anno fa, ho sognato l’Africa in un certo modo: una terra primitiva, selvaggia, con una gran massa di sabbia infuocata il deserto, in mezzo; la giungla, le tribù, gli animali feroci……diversamente da te, per il fatto che non l’ho ancora visitata, oggi penso di immaginarla ancora un pò così.
    Ad ogni modo le testimonianze come la tua, le immagini, le informazioni mediatiche mi convincono sempre di più a pensarla diversamente.
    Mauro devo dirti che grazie all’esperienza fatta nell’ACNM mi sono reso conto che un nutrito gruppo di militari castiglionesi ha partecipato alle cosiddette missioni di pace all’estero, qualcuno l’hai citato tu, taluni ci hanno lasciato la vita (direttamente o indirettamente) ricordo l’amico Sandro Basili, Mauro Codino, il giovane Giandomenico Pistonami di Lubriano con parenti castiglionesi, altri che ora sono in pensione come Rodolfo Mazzolini o Nazzareno Tardani, quelli ancora in servizio come te o Emanuele Moncelsi; ci sono sicuramente altri che mi sfuggono. A tutti voi un elogio ed un grazie di cuore per il servizio e per i rischi che correte.
    A te Mauro un grazie grande per la bella testimonianza che ci hai donato.

  3. Filippo Formica 30 marzo 2011 / 20:27

    Ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato e ho cercato d’immedesimarmi nelle situazioni da te descritte. I fatti da te raccontati li ho sentiti anche dai colleghi del mio reparto che avevano partecipato alla missione Ibis. Il racconto di avvenimenti, più o meno seri, fatto a voce veniva sempre sdrammatizzato da quelli che ascoltavano con qualche battuta di spirito invece se le leggi fa un altro effetto. Purtroppo gli Italiani non hanno mai saputo che la missione in Somalia è stata difficile e sofferta anche per le perdite di giovani vite ma che dobbiamo ringraziare il nostro Esercito formato da quei ragazzi di leva che hanno saputo dimostrare di essere efficienti è molto professionali. Bene Mauro e sempre avanti.

  4. LATTANZI MASSIMILIANO 1 aprile 2011 / 06:04

    CIAO MAURO HO LETTO CON GRANDE EMOZIONE LA TUA STORIA, PERCHE’ COME GIA’ HO AVUTO MODO DI DIRTI CONOSCEVO ANDREA MILLEVOI,CHE ERA AMICO E GIOCAVA A CALCIO CON MIO FIGLIO, E CONOSCO TUTTORA LA FAMIGLIA DI ANDREA,PERCHE ABITANO A POCHI KM DA ME, LO ZIO(FRATELLO DELLA MAMMA)E’ UN MIO CAROSSIMO.QUELLA MISSIONE E’ STATA UNA GRANDE TRAGEDIA TUTTORA INCOMPRENSIBILE AGLI OCCHI DELLA GENTE
    CIAO MASSIMILIANO

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