VITA DA CALZOLAI

di Nevino Barbanera

Tutte le mattine, di buon’ora, con qualsiasi tempo, Guerrino Barbanera, mio nonno, attraversava la piazza di S. Giovanni del borgo di Castiglione in Teverina per recarsi al suo laboratorio di calzolaio.

Il suo era un lavoro intenso, mattina presto e sera tardi, prevalentemente, come si suol dire casa e bottega, abitava sulla piazza al civico n 2 e lavorava al numero civico 8.

Ma ad animare le sue giornate vi erano le varie presenze che circolavano nelle bot­teghe artigiane poco rumorose, come quelle del barbiere e del cal­zolaio. Andar per botteghe era il passatempo dell’epoca, come andare al bar o a vedere una partita di calcio in compagnia.

Egli era stato arruolato nella Guardia di Finanza a Talamone dove si era congedato per stare vicino alla famiglia prestandosi così all’attività di calzolaio.  Aveva una bella scrittura e per l’epoca era molto importante, apriva molte porte e contrassegnava le persone. Si racconta in famiglia che arrivò perfino a scrivere al Duce, a Mussolini in persona, in merito ad un sussidio per il padre che non era concesso e così dopo pochi giorni il regime accordava i suoi favori.

Mio nonno purtroppo scomparso quando avevo soltanto tre anni, già bloccato al letto, ha lasciato in me una perenne simpatia, un ricordo tenue ed affettuoso. Ciò che mi è rimasto impresso era una cantilena che faceva cantare a noi bambini nei giorni delle feste di Natale, intorno al fuoco, aspettando la befana.  Allora la festa più grande dove noi bambini ricevevamo dei regali era soltanto il gior­no della Befana, il 6 Gennaio.  Tutti intorno al tavolo, al fuoco, a scaldarsi e parlare iniziava la chiamata “Befana befanetta co’le scarpette rosa butta giù quarcosa” e mio nonno di nascosto tirava fuori dalla tasca delle caramelle o delle monetine lanciandole come se cadessero dal camino. Per noi bambini era una gioia indescrivi­bile impegnati come non mai a continuare il ritornello “Befana befanetta cò le scarpette rosa butta giù quarcosa” a gettarci nella raccolta di tanta grazia e mio nonno rideva felicemente come di rado, in famiglia, era possibile vederlo.

La bottega di Guerrino il calzolaio in piazza San Giovanni, oggi sede dell'Accademia Barbanera

A raccontarmi molti dei suoi scherzi realizzati all’interno della bottega, della sua quotidia­nità fu un altro grande Castiglionese anch’ egli scomparso da molti anni, Carlo Vezzosi detto Carlino, Braschino, Bruciaferro perché faceva il fabbro, o addirittura “Ciarlocola” perché era veramente amante della parola.  Parlava molto ed era prolisso, preciso, detta­gliato nei suoi racconti, tanto da aggiudicarsi tale nomea.

All’interno di un discorso era capace di ricordarsi la data di morte o nascita del tale o tal altro come ricordava con precisione la data di quando aveva smesso di fumare.  Ti stupiva e sorprendeva con tale accuratezza. Era un concittadino autentico, verace, sicuramen­te da inserire nell’albo dei ricordi paesani. Capo della banda musi­cale e contemporaneamente presidente, per molti anni, del locale Circolo combattenti e reduci, pregiato artista del ferro e chissà quanti altri titoli o riconoscimenti popolari.

Per tornare a mio nonno, era sempre lì seduto al suo deschetto, sull’allora centralissi­ma piazza di Castiglione in teverina, Piazza S. Giovanni, tra il trin­cetto e la subbia, lo spago e la pece a creare o rattoppare continua­mente scarpe quando ancora le botteghe del calzolaio o ciabattino prosperavano operose, facendo scuola di vizi e virtù, quando anco­ra il mestiere non era quasi scomparso e non esistevano logiche, prodotti, opulente economie consumistiche dell’usa e getta.

Fino agli anni 50 vi erano a Castiglione le botteghe di Gorino Gorini, Guerrino Barbanera, Gino Bianchini, Antonio “il siciliano”, Eutimio Persieri detto appunto il “Pecione”, i fratelli Gozzuti, Ruggiero e Vittore, Bernardo Gozzuti, Ulderico Todini, Luigi Fabi, Mario Luzi e tanti altri nelle frazioni d’ intorno.

Tornando a Guerrino in attesa che arrivasse il classico soggetto a bidone del paese, si parlava del più e del meno, del tempo, di politica, mio nonno fu uno dei primi socialdemocratici quando tutti, nella sinistra erano socialisti e comunisti, un ruolo difficile, tanto da venire deri­si inevitabilmente da tutte le parti: per poi scoprire un mondo interamente socialdemocratico.

Si proseguiva i discorsi sulle coltivazioni dei campi, di piccoli affari in generale e di corna un argomento sempre d’attualità del genere umano. Ma non appena arrivava il giusto individuo, molto spesso la stessa persona, iniziava la burla con il serio consenso, l’at­tiva partecipazione degli altri presenti. Famoso lo scherzo del dado e bullone.

“Guerrì !” gli apostrofava il nuovo arrivato seduto su una delle sedie sgangherate usate a mò di salotto, “ho da riferrà la somara, porca miseria, ‘gni tanto, spesso mi tocca facce” e Guerrino il cal­zolaio serio e rigoroso “per forza ti tocca falle spesso te le fae rifer­rà sempre co’ le chiode, invece ar conte Vannicelli je le riferrino co’ le dade e le bullone così nun ji si cavino mae” e continuava ” nun ti fa fregà, che le sorde tue nun so come quelle der conte? “

La risposta non tardava “ci hae ragione ci vojo annè subito giù da Bracchino”.  Allora dietro, dietro, quatti quatti tutta la comitiva, tutti i presenti partivano a sentire cosa succedeva, da sopra la ripa di S. Giovanni.  Dal tono un po’ alterato “Braschi’ c’ho da riferrà la somara” il fabbro rispondeva “e va bene o stasera o domattina pre­sto le ferro”  la replica era immediata “sì però stavorta le vojo come dico io, cor bullone e `r dado come quelle der conte” e continuava “che le sorde mie nun so’ bone come quelle der conte”.

Certo del fatto suo come se tale intervento fosse possibile. Dall’alto della ripa la comitiva che aveva assistito a tutta la scena si buttava giù a ride­re e a canzonare a crepapelle il malcapitato credulone. Altro scher­zo molto in voga “il rotolo dello spago”.
Il primo che arrivava e lo si riteneva appropriato per l’iniziativa, si creava la giusta atmosfe­ra.  Guerrino iniziava “m’hanno portato ‘n rotolo di spago tanto lungo, lunghissimo, è ‘na cosa speciale, sarà `na decina di chilome­tre, quanto da qui a Arviano”. Il tordo non si faceva attendere molto, appena abboccava rispondeva “ma che diche Guerri’, nun è possi­bile” per non perdere la battuta “se nun ci crede mo’ ti fo’ provà, questa è robba americana, pija un capo e va giù vedrai da te se è vero oppure no”.  Bastavano poche centinaia di metri di spago, gli veniva lasciato l’altro capo e così se ne andava a passeggio pensan­do di tirare la cordicella. Ritornava dopo un bel po’ di tempo tutto trafelato “è proprio vero che sta’ corda è lunga, so’ arrivato giù alla stazione e ancora veniva”.

Altro scherzo riuscito e da ricordare, la burla delle sigarette. In quel tempo Guerrino il calzolaio fumava la marca “stop” molto più lunghe delle normali sigarette. Come al solito il credulone di turno arrivava mesto mesto s’accomodava in una delle poche sedie scalciate e mal ridotte per passare i pochi minuti a disposizione, come in un salotto dei poveri e da attento osservatore “Guerri’ ma che sigarette fume lunghe così?” gli rispon­deva pigramente “sò’ le nazionali che vennino su da Pelofino mica come quelle di quel birbone der Trippa”. Per la cronaca il Trippa era il locale tabaccaio, mentre Pelofino era il tabaccaio al bivio di Castiglione sulla strada per Orvieto a circa tre chilometri dal paese. “Ma davero?” commentava l’ingenuo sprovveduto “e così fume di più e spenne di meno” continuando ancora “domattina presto, pre­sto ci vojo annà a compralle ‘mber po’ così mi durino parecchio”.

L’indomani mattina di buon ora a piedi s’incamminava alla rivendita di generi di monopolio del bivio d’Orvieto da “Pelofino” appunto. Acquista una intera stecca di nazionali ma quando le apre la solita deludente sorpresa “le nazionali so’ sempre nazionali e Guerrino m’ha fregato ‘n’antra vorta”.

Nelle giornate seguenti, al racconto dell’accaduto è per tutti un bel ridere. Fino qui era il racconto precedente poi si sono aggiunte altre storielle che narrate da Castiglionesi sono andati ad arricchire il racconto di nonno Guerrino.  Tra i ragazzetti che giravano per la bottega vi era pure “Peppe di Barigello” particolarmente apprensi­vo e timoroso. Guerrino gli aveva raccontato che amava parlare con il diavolo ed egli di tanto in tanto gli rispondeva. Per realizzare que­sto scherzo, a quel tempo il locale era diviso in due parti tramezza­to con della semplice faesite. Guerrino aveva legato un martello da calzolaio alla sua scarpa e l’altro capo l’aveva fatto passare sotto la faesite.

Erano tempi in cui tutti credevano alle streghe, alle magie e così quando arrivò il povero Peppe inizio il suo solito lugubre rac­conto dei contatti con il diavolo e i suoi compari. Il misero Peppe “Guerri basta per favore quanno voe parlate così io c’ho paura, guardate che vo via e nun ci vengo più qui a la bottega”.  All’inizio rallentava un pochino, poi iniziava ad evocare il Diavolo “Diavolo se ci sei fatti sentire”.  A quel punto muoveva velocemente il piede sotto il deschetto trascinando il martello e battendo rumorosamen­te sull’intero ed instabile tramezzo di faesite. Peppe preso dal pani­co incominciò ad urlare “aiuto qui c’è ‘r diavolo” si mise a correre fuori della porta dimenticando che vi era un piccolo piazzette, cadde ma sempre strillando, si rialzò velocemente e fuggì via.  Passarono molti giorni prima che Peppe facesse ritorno alla botte­ga diventando una favola vivente.

Un ulteriore racconto ricordo è quello della pece. Molti cercavano di risparmiare sul calzolaio facendo dei lavori da se o cercavano di imitarlo quale attività pro­fessionale. Il giovane Cassetta era tra questi e umilmente facendo finta di vegliare, di stare in compagnia cercava di carpire segreti lavorativi. Il problema tuttavia era accaparrarsi le materie prime e di certo non vi erano negozi diffusi come oggi che vendono di tutto in ogni luogo.  La sua incertezza era come procurarsi la pece e così chiese spiegazione a Guerrino. Le istruzioni furono rapide e sollecite “allora devi andare al fiume cercare della belle pietre vive poi metterle a bollire nel callaro sul fuoco per un giorno intero, dalla mattina alla sera.”  Non aspettava altro e parti di corsa.  Al fiume Tevere raccolse una balla di pietre di fiume che per trascinar­le fu un grande sacrificio, sudava in inverno ma la necessità di avere la materia prima era molto importante. Appena giunto a casa preparò un bel callaie sul fuoco con le sue pietre di fiume. Il fuoco era intenso, l’acqua bolliva come non mai ma dopo un giorno di fuoco l’amara sorpresa le pietre erano sempre le stesse immobili.

Queste e molte altre erano delle semplici storie di paese che con la loro ingenuità oggi fanno sorridere pensando a tempi lontani e impossibili. Eppure queste erano le realtà che avvenivano nei nostri borghi 40/50 anni fa.

Vite e scherzi innocenti dove la povertà era solidale dove gli eventi scorrevano più lenti e compren­sibili.  Dove nonostante la pochezza delle cose esisteva una qualità della vita, dei rapporti sociali più umani di sobborghi con una sosta in ogni piazzetta, fraschette canore, comari a passare il giorno, a parlare e fontanelle per dissetarsi.

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