FASCISTI AL FORNO?

di Francesco Chiucchiurlotto

Quell’agosto il caldo era insopportabile.

Per la festa della Madonna delle Neve, le bevande, vino e acqua limonata, erano sparite d’un baleno.Si sudava e si beveva; si beveva e si sudava con un gusto perverso che veniva dai tempi andati.

La piazza lastricata di basalto ed elegantemente quadrellata in travertino, sembrava il piano arroventato di una stufa sul quale ci si poteva vedere l’aria rarefarsi in strati di vapore irrespirabile che sfumavano le immagini.

Le numerose fontanelle pubbliche che punteggiavano il centro del paese, erano prese d’assalto; l’acqua, sempre fresca perché non smetteva di scorrere dalla sorgente di Seppie al fosso Rio Torbido, era semplicemente squisita bevuta a tonfo direttamente dalla cannella.

E se faceva così caldo in giro, figurarsi dentro il forno a legna di Davide; anche se avevano anticipato la prima infornata di pane a notte fonda, per guadagnare sul fresco del mattino, c’era un’afa insopportabile.

Quella mattina Giannetto, dopo l’avventura col tedesco al Palazzone, stava infornando il pane, perché d’accordo con il padrone, aveva cambiato mansioni.

Così poggiava i pani lievitati sulla paletta di legno dopo averli incipriati con la farina ed impugnato il lungo manico li disponeva in file ordinate nel forno; nel farlo aggiungeva a voce alta cantilenando: “Uno, dentro Gherardo… due, dentro Vittorio… tre, dentro Peppaccio…” e così via, battezzando i filoni che infornava con il nome dei gerarchi e capoccioni fascisti del paese, che dai giorni della Marcia su Roma avevano distribuito damigiane di olio di ricino e quintali di manganello.

Era per lui, così vecchio, mingherlino, malandato, claudicante, sfortunato e solo al mondo un momento di rivalsa, un’occasione di riscossa, l’affermazione di una idea che era scomparsa sotto i colpi di manganello ed i bicchieri di purga.

Nell’identificazione dei filoni di pane con i prepotenti e nello spedirli nel forno era come dire al mondo: “Avete visto cari Padreterni dei miei coglioni, come sieti finiti? Peggio delle fiamme dell’inferno, crepate!” e giù a fischiettare Bandiera rossa.

Questa un po’ lugubre pantomima si ripeteva così spesso ed imprudentemente, che non potè non finire dove non avrebbe mai dovuto: nelle orecchie dei fascisti locali.

Così quella mattina di agosto, con il sole che appena levatosi già dardeggiava il colle e la valle preannunciando un’altra giornata di fuoco e fiamme, proprio mentre Giannetto riponeva gli attrezzi e si apprestava a tirare il fiato dopo la seconda infornata di pane, ecco stagliarsi sulla soglia la figura massiccia di Gherardo.

O meglio, la prima cosa che vide, poiché l’ingresso del locale era 4 gradini sopra il pavimento, furono i lucidissimi stivali; poi i calzoni alla zuava; poi il cinturone con l’aquila littoria d’argento come fibia; poi la camicia nera sahariana con le medaglie della prima guerra mondiale; poi sotto il fez con il fiocco, la faccia abbronzata e terribile di Gherardo.

Restò immobile come paralizzato, con gli occhi sbarrati, le braccia penzoloni ed a malapena si senti dire: Buongiorno Giannettino…” mentre vide scendere dietro Gherardo, Vittorio, Peppaccio e Chiappasù.

“E così il nostro Giannetto si diverte ad infornare fascisti, eh ?…”

“Ma veramente… io…” bofonchiò questi al limite dello svenimento.

“Bravo… bravo ! – Continuava Gherardo – Oggi però lo vogliamo noi un comunista arrosto”

Così tolto il coperchio che chiudeva l’ampia bocca del forno a legna, afferratolo due da una parte e due dall’altra, per le gambe e le braccia, cominciarono a dondolare Giannetto verso l’imboccatura del forno, sempre più vicino.

Ogni volta la vampa del calore e le braci della legna sembravano avvolgergli la testa, abbrustolirgli la faccia, bruciacchiargli i capelli.

Vedere la morte così da vicino provocò in lui tanto orrore quanta la vergogna per il sopruso che subiva e l’impotenza cui era costretto; non capiva più niente; farfugliava parole come – “fascisti maledetti… mamma … mamma” – mentre rimbombava nelle sue orecchie come un tuono il gridare ridanciano della teppa “Dentro Giannetto…; dentro Giannetto , un comunista arrostito e buon appetito …hop…hop… ah ah ah !! “

Poi all’improvviso tutto cessò di colpo e si ritrovò come uno straccio sul pavimento; intravide il gruppo che sghignazzando usciva dal forno; non capì neanche mezza parola di quello che Gherardo gli ammoniva prima di andarsene.

Di una sola cosa fù certo: di essersela fatta sotto.

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