I MISSI’LI

di Francesco Chiucchiurlotto

“Bisogna smettere di menare il can per l’aia; di fare di ogni erba un fascio e rischiare così di gettare il bambino con l’acqua sporca; perché stavolta il bambino è la pace, la pace di tutti, la Nostra Pace.““Cavolo – pensò Gianni – ne ha infilati tre di seguito, di frasi idiomatiche, per non dire un bel niente, il Segretario Federale Trebecchini, Terzo Trebecchini, terzo di una numerosa famiglia di campagna.

Gianni era molto critico con il Partito; l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS, la questione della base missilistica di Comiso; i Pershings ed i Cruises e dall’altra parte dello schieramento internazionale, gli SS20 russi, erano l’argomento del giorno; le manifestazioni del Movimento per la Pace si susseguivano.

Tempi di mobilitazione, tant’è che la sezione era stracolma di persone, parecchi in piedi lungo la parete destra ed in fondo, verso l’entrata, con qualcuno che a ridosso della porta approfittava per fumare.

Tra poco avrebbe preso la parola Dino, segretario di sezione e Sindaco del paese, per poi lasciare le conclusioni al Senatore venuto apposta da Roma per presenziare alla riunione di una sezioni più combattive della zona.

Gianni, con l’occhio fisso ai ritratti appesi alla parete,  riandò con la memoria alla settimana precedente; alle numerose riunioni di zona, preparatorie della manifestazione per la pace di quella sera.

Per questo tipo di riunioni, il paese veniva diviso appunto in  quattro zone: la parte nord, divisa in due dalla strada provinciale; centro e campagna le altre due; queste riunioni erano molto importanti per l’economia del consenso al Partito e per il presidio democratico del territorio.

In esse si parlava sì di politica nazionale, ma anche di amministrazione locale; delle scelte che venivano dalla Direzione o dalla Federazione, ma anche delle esigenze della via o del quartiere o del singolo compagno; scambio capillare di informazioni e d’indicazioni, consigli e critiche, che facevano forte un Partito vicino al popolo ed anche ordinata e solida l’amministrazione del paese che investita di così ampio e partecipato consenso, poteva permettersi di essere imparziale e di poter dire dei no.

“La forza del paese – come amava ripeterela Marisa di Marzietto – è il Partito ed il Santissimo Crocifisso”, sintetizzando i valori di riferimento collettivo, sia laici che religiosi, che cementavano quella comunità.

Quella volta la riunione di zona si tenne nella cantina di Silvietto, che oltre allo spazio necessario offriva anche una gradita bevuta finale, dopo l’intervento di chiusura di Dino, che già si prefigurava didascalico e ripetitivo, ma molto efficace per mezzadri ed operai, la base storica del Partito.

Il linguaggio era semplice, martellante nei concetti di fondo, poco apprezzato dalle nuove leve della sezione, i “professorini” del ’68, ma assolutamente consono alle orecchie dei più che pendevano dalle sue labbra.

Quella sera le questioni della pace tenevano banco e quindi quando si giunse all’intervento finale l’atmosfera era carica di tensione epreoccupazione per le sorti del pianeta.

Dino attaccò l’intervento partendo come di consueto, era una sorta di compendio storico molto apprezzato dall’uditorio, dal faditico 1948 e proseguì con il mondo spaccato tra buoni e cattivi.

Ad un certo punto una parola, un vocabolo inconsueto, un suono difforme ed alieno fece sobbalzare Gianni sulla sedia: Dino stava dicendo “Missìli” , pronunciando come fucili, al posto della corretta pronuncia di “mìssili”; per qualche arcana ragione i Pershings ed i Cruises, i razzi nucleari insomma, erano diventati “missìli”.

In più lo svolgere dell’argomento comportava un ricorso continuo ai “missìli”, tra imbarazzo misto ad ironia, incredulità mista a derisione che percorreva la minoranza intellettuale della sezione, mentre tutti gli altri o non si ponevano il problema o lo superavano pensando” Se Dino dice missìli, si dirà missìli”

Finita in qualche modo la riunione di zona, escono fuori bottiglie e bicchieri: assaggia questo, assaggia quello, l’euforia cresceva, il gruppo si rinsaldava nella comune appartenenza e qualcuno a pprofittava per sottoporre i propri casi al sindaco ed ai Consiglieri comunali: tutto con la tradizionale franchgezza mista a pudore, senza presunzione né boria, perché prima veniva il Partito, poi il resto.

Nei giorni che seguirono, visto che i missìli continuavano ad imperversare nelle riunioni senza che nessuno avesse il coraggio di parlare con Dino per correggere quell’anomalia, il problema si pose: ci si vide tra i membri del Direttivo per porvi rimedio.

Siccome che per la manifestazione finale sarebbe stato presente il Senatore, si incaricò Gianni di parlarci a quattr’occhi e risolvere definitivamente; avendo egli fatto l’università, avrebbe ben trovato le parole giuste per non suscitare il risentimento che tutti temevano.

C’era infatti nei confronti di Dino un timore reverenziale diffuso; tutti gli riconoscevano meriti, sia come politico, che come amministratore, ma i tempi che avanzavano a grandi passi, ne facevano un personaggio datato, poco adatto a tenere a freno i giovani del “tutto e subito” o a governare le trasformazioni dell’amministrazione pubblica.

“Va bene – disse Gianni – domani pomeriggio, prima della manifestazione, devo parlarci di altre cose e la faremo finita con ‘sti  cavolo di missìli”

Il giorno della riunione, al mattino, Gianni si alza come sempre alle 6.oo per prendere il pulman per l’ufficio e come sempre da quando è diventato padre, si ferma all’estremità del letto dove è la culla in cui sua figlia di 3 mesi dormiva.

Alla tenue e calda luce dell’abat jour ne vide il volto paffuto e sereno, la manina che spuntava chiusa a pugno dal lenzuolo; il respiro regolare quasi impercettibile  nel silenzio.

Gianni si sentì riempire di tenerezza ed orgoglio paterno; quel senso di compiutezza ed euforia che non si osa mai definire felicità, per timore di rovinarne l’essenza irripetibile, di cui si avverte la fragilità e la delicatezza.

Era da alcuni secondi chino sulla culla, in contemplazione estatica, quando un pensiero irruppe con forza: la guerra, i missili, le basi di morte e distruzione; anche quella stanza era un bersaglio possibile, anche quella culla:

Ed erano gli SS 20 russi che la minacciavano!

Potevano avere tutte le ragioni del mondo, ma erano loro i sovietici a   puntargli contro i missili e non avrebbero esitato un secondo a distruggere tutto ciò che aveva di più caro; come poteva essere dallo loro parte? Come poteva aiutare chi lo minacciava?

Tutto gli fù chiaro: era un imbroglio, come i movimenti che non avevano mosso una paglia per l’invasione dell’Afghanistan, come le porcherie che erano state giustificate sull’altare dell’idea da Kronstadt, ai gulag, all’Ungheria, alla Polonia ai missìli maledetti.

Basta! D’ora in poi, basta!

Uscì di casa tranquillo, leggero come dopo una lunga e calda doccia, con la coscienza e l’intelligenza finalmente pacificate: avrebbe a suo modo contribuito al ripristino di un equilibrio di verità; avrebbe a suo modo difesa la sua famiglia.

Così alla sera nel colloquio con Dino, parlò di tutto, men che mai di missìli; ai compagni che chiedevano ansiosi all’ingresso della sezione, le promesse assicurazioni, bofonchiò qualcosa d’incomprensibile.

Così quando durante l’assemblea, dopo Trebecchini, le batterie di missìli partirono dalle rampe di lancio dell’intervento di Dino, suscitando sconcerto nel federale, sobbalzi nel Senatore, panico nei membri del Direttivo e qualche risolino tra gli astanti, Gianni non se ne compiacque: se ne stava sereno ed imperturbabile come una sfinge.

Un pensierino malizioso lo compiaceva e rasserenava – Se anche i Russi erano tipi da missìli, non sarebbero andati molto lontano –

Qualche anno dopo i fatti gli avrebbero dato ragione.

Una risposta a "I MISSI’LI"

  1. Marcello Camilli 9 novembre 2011 / 13:19

    In effetti la nostra generazione, quelli che hanno vissuto ed in alcuni casi partecipato al ’68, ha fatto parte della cosiddetta “contestazione giovanile”, contestare tutto il sistema! Anche gli “accenti”. A distanza di anni la storia si ripete…. questa volta è la nostra generazione ad essere criticata dai giovani di oggi. Il mondo non si è fermato mai un momento!

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