IL BUCO DELLA SIGNORA

di Francesco Chiucchiurlotto

Se oggi a Castiglione in Teverina, andando verso il campo sportivo di località Orieste, proseguite dritti lungo una stradina sterrata e fiancheggiata da cespugli di rovi e arborelle, prima di sfociare in aperta campagna dovrete passare in una specie di corto tunnel fatto dalle greppe, a destra e sinistra dove la strada si abbassa, e dalla vegetazione che si congiunge in alto: è il Buco della Signora.
All’epoca, per chi vi fosse passato nel cuore della notte, e succedeva al ritorno dai tresconi sia in andata che al ritorno, o per motivi rari quanto vari, erano emozioni che si riassumevano in una parola, Paura. Paura con la maiuscola, perché lì c’era la materializzazione più o meno personalizzata di essa. Si narrava nelle lunghe veglie invernali accanto al focolare, che proprio lì apparisse la bianca figura di una Signora morta di morte violenta per mano dell’ amante tradito, che con lamenti da brivido cercasse la pace perduta nel peccato carnale ed omicida che aveva stroncato la sua vita.

Già passarci di giorno in quella penombra innaturale era motivo d’ansia; non si vedeva l’ora di sboccarne fuori; Signora o non Signora, vili o coraggiosi che si fosse, spuntare fuori da quel breve tratto, non a caso chiamato buco, era motivo di sollievo.

Quindi figuriamoci come si doveva sentire Giannetto nell’attraversare quel tratto verso le due di notte, al ritorno dal trescone di carnevale organizzato dai Muffallanno, dove al suono della fisarmonica di Chiolle e allo scorrere del rosso abboccato dei Limoncini, non aveva perso un ballo.

Mentre camminava al freddo pungente della brina di febbraio, gli venne naturale ripensare alle storie che i vecchi contadini raccontavano sul Buco della Signora.

Si diceva che Peppe Corseri fosse quasi morto di paura quando passando di lì, vide due occhi di bragia, rosso fuoco,  che lo fissavano nel buio e che arretrando sembravano avanzare e avanzando sembravano retrocedere.

Peppe rischiava di morire d’infarto, c’erano tutti i presupposti, quando per fortuna si accorse che si trattava di un maiale scappato dal casello dei Mancini, i cui occhi rilucevano alla luce lunare, e quindi con un sospirone di scampato pericolo, rientrò a casa e potè poi raccontare all’osteria la vicenda, tra un sorso di vino ed una risata.

Quella sera però non c’era la luna e quando superato il Buco della Signora si ritrovò sull’asfalto della strada provinciale, il sospiro di sollievo che trasse dal profondo delle visceri fu il più lungo mai emesso; Giannetto era coraggioso, aveva affrontato prove ardue con i fascisti ed i tedeschi durante la guerra; all’osteria teneva testa a grossi “cancheri” e prepotenti di ogni risma.

Ma il Buco della Signora aveva a che fare con qualcosa di ancestrale, di inconsciamente radicato, con gli istinti di sopravvivenza primitivi che la civiltà contadina teneva in gran rispetto; la Pauraera un’entità quasi fisica, una divinità minore, ma molto considerata e temuta; per questo si sentiva sollevato, come un naufrago che avesse toccato la spiaggia della propria salvezza.

Così cominciò ad avviarsi verso il centro abitato di Castiglione sulla discesa del cimitero versola Madonnuccia.

Aveva fatto pochi passi sull’asfalto che nel silenzio assoluto della notte gelida risuonò un rumore, come di passi, un “toc,…toc” leggero ma distinto che proveniva alle sue spalle.

Non ci fece molto caso, ma due passi oltre sentì un altro “toc” e poi ancora un altro “toc”.

Per la miseria, ma qualcuno lo stava seguendo nel buio!!!.

Addio coraggio e determinazione, addio buoni propositi e risate sul Buco della Signora.

Allungò il passo ma implacabile anche l’inseguitore accelerò il proprio “toc, toc”; c’erano pochi dubbi lo stavano seguendo, chissa con quali intenzioni.

Si girò di scatto e gridò nel buio: “ Chi sei? Fatti vedere se hai coraggio! Io non ho paura carogna!!!”

Silenzio assoluto.  Aspetto’ fermo e ben piantato sulle gambe, pronto a respingere ogni assalto, ma niente; nessuno manifestò alcunché o mosse qualcosa.

Così rinfrancato riprese il cammino, ma fatto due passi ancora riprese il rumore sospetto di prima.

“ Toc….toc,,,”

Allora ripartì di scatto con il cuore in gola, ma peggio, ancora il suono si infittiva: “ Toc, toc,tocc, toccc, toccc”, sembrava seguire il ritmo dei suoi passi.

Finalmente arrivò alle scuole elementari e sotto il lampione di Piazza Garibaldi riprese fiato, si guardo intorno e si senti in salvo; poteva se del caso chiedere aiuto; era tra Cristiani, finalmente fuori pericolo da qualsiasi cosa fosse stata quella minaccia.

Ma poi aguzzando la vista, vide luccicare lunga la strada che aveva percorso delle palline, dei grani, dei chicchi di …granturco.

Mise mano alla saccoccia destra che aveva riempito di due manciate di granturco, che erano nella balla nel corridoio mentre usciva dal trescone, e la trovò vuota.

Certo, la tasca era bucata ed il granturco che ne era fuoriuscito un po’ alla volta aveva simulato dei passi alle sue spalle, che più accelerava , più cadeva.

Si asciugò il sudore freddo che gli imperlava la fronte, ma il sorriso che gli affiorava alle labbra si smorzò subito nel constatare che ancora una volta se l’era fatta sotto.

Una risposta a "IL BUCO DELLA SIGNORA"

  1. Giuseppe 9 febbraio 2012 / 22:35

    Di queste storie di quei tempi, ce ne sono molte, Quando i paesani tornavano a casa la sera di notte, sentivano sempre dei rumori o similari. Con quelle detto in gergo castiglionese “MINE”!
    C’è anche chi ha abbracciato un somaro credendo che fosse il diavolo.

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