IL VINO DI DON CAMILLO

di Francesco Chiucchiurlotto

“Il Vino del prete” come a dire quel che c’è di meglio; ed in effetti, la vigna della parrocchia, vecchia di cent’anni, dava sempre un vino eccellente: il bianco frizzante ed abboccato, il rosso robusto e profumato.Don Camillo, il Parroco del paese, ne era fiero e quando in occasioni di festa c’era in piazza il banco di distribuzione gratuita di vino e biscotto a cura dei Santesi, lui tirava fuori dalla sua cantina, che aggettava sulla piazza attraverso il garage, una bottiglia di vino, dicendo: – Assaggiate, questo sì che è vino! –

La cantina era scavata nel matile sotto il piano della piazza, giusto appunto dietro il garage della canonica, e si raggiungeva scendendo alcuni gradini da una porticina senza serratura; quindi l’accesso alla cantina, dal garage, era quanto mai facile.

Conscio di ciò Don Camillo teneva le bottiglie di vino ben ordinate in orizzontale, gli scaffali di bianco da una parte, quelli col rosso dall’altra; e per scongiurare incursioni quando la serracinesca del garage restava aperta, cioè quasi sempre stante la sua pigrizia, si era premunito: aveva preso l’abitudine di segnare le bottiglie capofila sugli scaffali, con un sughero, uno stecchino da denti, un sassolino.

Ogni volta un segno diverso per essere certo di accorgersi subito se qualcuno approfittava della sua scorta.

Non si sa come ma questo tipo di accortezza venne a conoscenza dei frequentatori dell’osteria di Filodelfo: “Ma guarda un po’ quant’è furbo Don Camillo, con stò sistema non si sa mai che segno mette e se lo freghi ‘na volta terrà sempre chiuso il garage, e non lo freghi più.”

A parlare fù Ginetto, dal tavolo d’angolo dell’osteria, dove di solito stazionava un gruppo affiatato di amici dediti a scherzi furbeschi e battute argute e quel che disse bastò a far muovere le meningi di tutti per fregare il prete.

Così dopo un lungo conciliabolo, favorito dall’ispirazione che generosamente il vino concede, il piano d’azione fù stilato.

Semplice ed è il caso di dirlo, diabolico al contempo: si trattava, senza toccare la fila superiore, di sfilare una bottiglia di vino in basso e di sostituirla con un’altra piena d’acqua: le bottiglie di vetro verdolino erano molto comuni ed il colore indistinguibile tra vino ed acqua.

Così ogni volta che se ne presentava l’occasione uno del gruppo, Marco, Alfonso, Luigino e lo stesso Ginetto, come lampi effettuavano la sostituzione e giù a bere lungo le scalette del borgo ed a cantare “ L’ arivolemo di quello nero, lallero, lallero…”

Arrivò così la festa del patrono; come al solito il Comitato dei Santesi allestì davanti al garage il banco con vino e biscotto da distribuire dopo la messa e manco a dirlo Don Camillo smessi gli abiti talari e mischiatosi alla folla che indugiava per il tradizionale e speciale aperitivo, ripropose con una delle sue bottiglie in mano il consueto “Assaggiate, questo sì che è vino!!!”

Rimase a lungo negli occhi e nella memoria degli astanti la faccia di Don Camillo che scoloriva e si dilatava negli occhi e nella bocca, al vedere che dalla sua bottiglia usciva un liquido incolore ed anonimo che sembrava acqua.

Era proprio acqua; acqua al posto del nettare frizzante che era orgoglio del Parroco e della parrocchia e gioia del suo palato: “Ma… che… che…” non riusciva a bofonchiare altro.

Senonchè Ginetto che per caso era vicino al banco del Comitato dei Santesi, con un pezzo di biscotto in una mano ed un bicchiere pieno dall’altra, esclamò con il suo vocione: “Ma è un miracolo; un miracolo alla rovescia: Cristo a Canaan tramutò l’acqua in vino, qui il vino in acqua, sempre miracolo è ! “

Una risata fragorosa scosse il petto di tutti quelli che avevano sentito ed in breve di bocca in bocca si diffuse nella piazza la storiella sapida e geniale e la giornata di festa nitida ed assolata, parve ancora più bella.

Naturalmente meno contento di tutti fù Don Camillo, che chiusa di getto la serracinesca e salendo le scale di casa, continuava a mormorare : “L’ignoranza che ciavete, l’ignoranza che ciavete…”

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