QUANDO INNALZARONO TORRI PER FARE BUON VINO

   di Francesco Chiucchiurlotto

la fattoria Vaselli
la fattoria Vaselli

Quando nell’autunno del 1971 i Castiglionesi si ammassarono intorno al Palazzone, la fattoria dei Conti Vaselli, era per lo spettacolo unico che si offriva loro: quattro torri di acciaio lucente, alte, chi diceva 10 chi 15, chi addirittura venti metri, insomma silos enormi, che venivano posizionati appaiati su un basamento di cemento spesso un metro, accanto all’acetificio; il tutto dietro il muro che circondava il Palazzone, che comprendeva la enorme e bellissima casa padronale di tre piani e la immensa cantina che dal deposito di fiaschi e bottiglie, al secondo piano fuori terra, al fondo della cantina sotto il livello di calpestio, con la famosa “La Cattedrale”, contava cinque piani.

Questo Palazzone, come la vulgata popolare chiamava la fattoria, era una struttura autosufficiente, un paese nel paese, un microcosmo organizzatissimo al centro di Castiglione in Teverina, un esempio di agroindustria, che, ad avercene oggi!: si entrava dal portone scorrevole di legno all’ingresso, davanti al quale si ammassavano i braccianti di giornata per essere scelti dal fattore; dopo la pesa che occupava tutto l’accesso, c’era un ampio piazzale asfaltato in cui transitavano e sostavano i camion aziendali con tanto di autisti professionali, ed i carri trainati da vacche chianine con i loro carichi di uva e olive; c’erano le officine, quella del meccanico, del fabbro, del falegname; l’acquedotto che si alimentava da una propria sorgente; gli uffici amministrativi dell’azienda che mostravano in una teca all’ingresso una grande e ricurva zanna fossile di mammut rinvenuta nei campi; lo studio enologico pieno di fiale e provette, fornellini ed ampolle per la micro vinificazione.

Proprio qui, nel cuore scientifico dell’azienda Vaselli, produttrice di vini, aceto, spumante, vermuth, olio, burro, tabacco, nonché con allevamenti di vitelli di razza chianina, lavorava da tre anni un giovane diplomato proveniente dalla vicinissima Umbria, Riccardo, accanto ai due titolari enologhi, che avevano promosso il salto qualitativo dal legno delle botti, all’acciaio dei silos, le quattro torri appunto che ora facevano austera mostra di se per chi passasse per Via Orvietana. Certo quelle torri erano un simbolo di modernità ed efficienza per l’azienda, ma anche per Castiglione, uno dei pochi centri dell’Alto Lazio in cui il lavoro non mancava ed anzi assumeva caratteristiche “proletarie”, come segnalava la fortissima sezione locale del PCI, e “femminili”, con il centinaio e passa di operarie del tabacchificio, con il loro grembiale ed il loro sindacato. Erano sicuramente simbolo di modernità, ma anche di problemi mai postisi prima; la vendemmia dell’anno successivo, il 1972, era stata abbondante e prodiga di uve di qualità: sia per l’Orvieto DOC, sia per i vini campioni, di rappresentanza, il rosso Santa Giulia, Sangiovese in purezza, che il bianco Sant’Andrea, vitigni pregiati dell’Orvieto, ne avrebbero ricevuto conferma ed impulso sui mercati.

Ma appunto c’era un problema: a settembre inoltrato le temperature non si abbassavano ed i silos d’acciaio sembravano roventi, con il mosto all’interno, che altro che bollire!
Di solito a Castiglione dopo ferragosto, con i primi acquazzoni, spesso veri e propri nubifragi, il tempo cambiava e l’autunno si avviava placidamente ad indorare le campagne:
“Ar sole se sta na meravija, ma all’ombra ce vole ‘r giacchetto”, dicevano le vecchiette appollaiate lungo la ripa degli Alberetti.
Ma quell’anno niente, caldo come col solleone e naturalmente il battesimo, è il caso di dirlo, del fuoco dei nuovi silos vinari, apriva negli addetti alla cantina un acceso dibattito.
I due dirigenti enologi fidavano nella tecnica e non se la prendevano più di tanto, Riccardo ed i vecchi cantinieri erano preoccupati, perché bene che fosse andata, il vino avrebbe perso tantissime componenti organolettiche e per mantenere la qualità tradizionale bisognava far pure qualcosa.
Riccardo che era un po’ la mascotte della cantina, essendo appena ventenne e il più giovane, era benvoluto dai vecchi addetti, che condividevano le sue preoccupazioni e quindi ne parlavano nell’ambiente.
Una mattina, indossato come al solito il bianco camice di operatore enologico, Riccardo stava indugiando all’ingresso del laboratorio quando si sentì chiamare:

“A ragazzì, vie’ ‘n po’ qua!” Era Germano, il capomeccanico che aveva l’officina poco più sopra della cantina: in camice azzurro pieno di macchie di grasso, capelli radi all’indietro ed una grande autorevolezza nell’aspetto, che gli derivava dalla stima incondizionata che il Conte Romolo riponeva in lui e dalla sicura competenza in tutto ciò che avesse a che fare con trattori, trebbie, motori a scoppio o diesel di auto e camions aziendali. Abitava poi in una graziosa casetta accanto all’inseminatoio, dove venivano ingravidate le chianine, con la moglie Ofelia ed i figli Rosita e Marcello, quindi era proprio componente organico e prestigioso dell’azienda Vaselli, insomma uno che contava.
Germano gli diede ragione circa le sue preoccupazioni per i silos d’acciaio che al sole micidiale di quella stagione non si potevano neanche toccare, tanto scottavano; il vino ne avrebbe sicuramente sofferto, quindi bisognava intervenire ed una soluzione c’era.
La prese alla lontana e ad un sempre più affascinato Riccardo raccontò che durante la guerra d’Africa per bere dalla borraccia acqua fresca bisognava bagnarla, perché l’immediata evaporazione in superficie, avrebbe prodotto per leggi fisiche naturali, una refrigerazione del suo contenuto.
Quindi perché l’indomani, che era domenica, non provavano insieme ad irrorare i silos di acqua dall’alto, visto che essa non mancava?; e che se ne fregasse dei capo enologi, che non avevano capito un bel niente di quel che stava succedendo; a loro, per eventuali obiezioni, ci avrebbe pensato lui.
Riccardo fu entusiasta della proposta ed ammiratissimo della geniale soluzione.

L’indomani, di buon ora con l’aiuto di un operaio collocarono in cima ai silos dei tubi da cui erogarono acqua in modo che la superficie di essi fosse ricoperta da un velo costante di acqua, che veniva raccolta e smaltita ai piedi del basamento. “Come olio sul lume” si sarebbe potuto dire; la temperatura all’interno calò subito e si stabilizzò in modo accettabile. Incredibilmente, più col cuore che con la scienza, si era scritta una pagina importante e pioneristica della storia enologica italiana.

Anche per Riccardo l’episodio rappresentò un momento fondamentale sia per la sua formazione, che per la sua carriera: imparò a non avere soggezione della saccenza autoritaria e senza costrutto degli apparati e di ciò che contrastava le proprie convinzioni e ragioni; e chissà se quando, dopo una prestigiosa e quarantennale carriera internazionale fu insignito dell’Oscar del Vino si ricordò di Germano, che con semplicità e autorevolezza gli aveva insegnato forte del proprio carattere e della propria esperienza, a provarci.

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