QUESTIONE DI LINGUA

di Francesco Chiucchiurlotto

La tramontana di febbraio era una cosa seria: arrivava in piazza dopo aver superato il dosso della Madonna delle Macchie e non aveva più ostacoli sino alla linea formata dal Municipio e dal Castello.

Lì s’infrangeva  sulle facciate imponenti, per poi infilarsi potenziata, nella strettoia tra i due edifici costituita da Via IV novembre; con una furia ed una cattiveria, come se volesse vendicarsi dell’ostacolo incontrato.

Nella piazza la tramontana spazzava via ogni cosa, a cominciare dall’acqua che sgorgava perennemente dalle 3 cannelle della fontana alimentata dalla sorgente di Seppie, e che si spargeva intorno al basamento di travertino, per diventare di notte una lastra di ghiaccio (tant’è che fu poi rimossa).

Altrettanto seria della tramontana, era la presenza in paese della guarnigione tedesca che stazionava dentro il Palazzone; così era chiamato voce populi la modernissima fattoria agro-industriale del Conte, che sfamava mezzo paese, e che era punto strategico anche per il presidio militare tedesco arrivato ed installatosi lì dopo l’8 settembre.

Tramontana e tedeschi erano allo stesso modo, le preoccupazioni che occupavano la mente di Giannetto, vecchio contadino, leggermente zoppo alla gamba destra, che da qualche mese lavorava al forno di Davide, per la consegna del pane.

Era un lavoro, così, a comando: ogni tanto qualche giornata, poi c’era la vigna, il maiale, il pollame, i conigli, insomma le bestie.

Quella mattina di febbraio, si trattava di consegnare i soliti 15 filoni di pane ai Tedeschi del Palazzone, sfidando le raffiche di tramontana che come spilli passavano giaccone, comicia, maglia di lana, pelle e ossa, abbandonando, per giunta, il calduccio confortevole del forno.

Giannetto si decise; poggiò in spalla la balla di iuta inzaccherata di farina e calda dei filoni fragranti che conteneva, ed uscì dal forno su Via dell’Arco.

Salì le scalette di travertino e breccia di fiume a grandi passi, sino a trovarsi all’altezza della fontanella della torre dove il vento gelido, stretto tra le pareti del Castello e del municipio, aveva più forza ed impatto.

Senza perdersi d’animo si girò e camminando all’indietro si riparava dalla tramontana e contemporaneamente apprezzava il calduccio del pane e del suo profumo che gli arrivava ad ogni folata; faceva insomma di necessità, virtù.

Giunto in piazza, come se avesse attraversato Scilla e Cariddi, riprese l’andatura normale, percorse di un fiato il Corso ed entrò nel Palazzone dalla porticina di lato per la consegna del pane ed il ritiro della ricevuta.

Fuori dall’ufficio, un piantone seduto con il mitra a tracolla, stava leggendo un libro.

Quando poi, effettuata la consegna e ritirata la ricevuta, con la balla piegata sotto il braccio, ripassò davanti al piantone per tornare al caldo rassicurante del forno di Davide, senti alle sue spalle una voce burbera e dura che lo chiamava:

 “Eih tu ! sentire me preco”.

Giannetto che, pur non avendo niente contro i Tedeschi arrivati da pocoquando nutriva nei loro confronti sentimenti variegati: di prudente ossequio, di cauta circospezione, ma anche di sordo rancore, quando affioravano le sue convinzioni ideologiche, prima socialiste, poi comuniste.

Il Tedesco stava studiando l’italiano da un piccolo vocabolario ed aveva bisogno di aiuto:

“Kome kiama tu questa?” chiese a Giannetto mostrando la sedia sulla quale era seduto.

Giannetto, cercando di essere più disponibile e servizievole che gli fosse possibile, rispose con un sorriso:

Quella?  Quella si chiama sieta”

Il piantone scorse il libro alla ricerca del vocabolo “sieta”, termine contadino per sedia, che Giannetto aveva sempre usato e naturalmente non trovandolo, con un po’ d’irritazione nella voce ripetè: “Tu non kapito? Quale essere nome di questa cosa?”

Drizzandosi in piedi sollevò con entrambe le mani la sedia mostrandogliela quasi addosso; Gianneto stavolta si spaventò, ma certo della sua buona fede e sicuro del suo italiano, insistette:

Ma è una sieta, capito? Si- e – ta-,  Si – e – ta “ andò sillabando.

Ma tanta insistenza non fece che imbestialire il soldato tedesco, che controllato invano di nuovo il vocabolario, imbracciò il mitra e glielo puntò addosso.

“ Tu giokare kon me…. Tu non serio….”

Quello che disse poi, Giannetto non lo udì per certo, poiché con un balzo fù fuori dal Palazzone e via di corsa, dimenticandosi di essere claudicante, giù per il corso, verso il forno senza sentire né freddo, né caldo, salvo che, fermatosi ansimante dietro la porta, accorgersi di essersela fatto sotto.

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