UN BELL’ESEMPIO DI AMORE CONIUGALE

di Francesco Chiucchiurlotto

L’Ospedale Santa Maria della Stella di Orvieto aveva sugli altri il vantaggio della vista sul Duomo e Maria quella sera dal portoncino di entrata ne godeva i riflessi dorati della facciata. La sera era fredda e limpida ed il Maurizio batteva da poco le 18.30, l’ora di visita malati, ed ella si inoltrò verso la camerata di destra dove quasi in fondo al corridoio il suo Duilio giaceva ricoverato per i calcoli biliari che da anni tormentavano il suo rene destro abnorme.Accidenti quant’è pallido – pensava guardandolo – di solito cotto dal sole e sferzato dal vento sulla trebbia, è di un bel brunito, mentre adesso sembra la continuazione del lenzuolo.
“Allora Duì come va?” Ed alla solita risposta secca e flebile di “Bene Marì ‘n po’ mejo”, Maria cominciava  a riassumere le vicende domestiche e paesane degli ultimi giorni.Lo accudiva poi sgombrando i resti del pasto serale, nel cambio biancheria, nell’andare al bagno sino a quando le luci si abbassavano ed i parenti e conoscenti dei malati si avviavano verso l’uscita per essere sferzati lungo la spianata del Duomo dalla tramontana, che senza ostacoli la spazzava con qualche solitario fiocco di neve. Allora, proprio mentre l’ultimo visitatore varcava la soglia del camerone, Maria, stesa rapidamente una coperta in dotazione sotto il letto di Duilio, agile e veloce vi si sdraiò sopra.
Si sistemò alla bell’e meglio rimboccando di lato la coperta di lana spessa e ruvida e mentre sentiva il bofonchiare di Duilio che non approvava tanta dedizione, si accinse a prendere sonno in quella poco ordinaria posizione.

Ma del resto quale alternativa aveva? Non era stata abilitata a fare la notte sulla sdraio perché tra i letti non c’era posto e poi perché l’infermiera aveva sentenziato che non ce ne era proprio bisogno.

Di buono c’era che il letto, fatto a sbarre tubolari come in tutti gli ospedali, era molto alto e dalla rete al pavimento c’erano quasi 70 cm., più che sufficienti per garantire sotto un ambiente comodo, vasto ed arioso, si fa per dire.

Lì Maria poteva stendere le gambe, sentire sopra di sé il respiro di Duilio e vegliare ogni sua esigenza; insomma per quanto originale e sicuramente fuori regolamento, il sistema adottato funzionava.

Certo la sua fibra di giovane moglie  e giovane mamma era garanzia di successo sulla fatica della veglia, ma certe volte come quella sera che suo marito era tranquillo, riusciva a dormire sino all’alba, ora in cui prestissimo l’ospedale si rianimava di ciabattio, voci e suoni.

Così mentre prendeva sonno le passavano davanti agli occhi le immagini dei figli, della casa del mulino.

Il mulino, in modo particolare l’aveva impegnata allo spasimo ed il ricordo di quei giorni ogni tanto riaffiorava nel dormiveglia.

Esso era situato alla fine del paese, con l’ingresso su Via Orvietana, ma il retro era in aperta campagna e quindi a diretto accesso di quei prolifici e famelici animaletti che sono i topi.

All’epoca era normale trovarsi dei topi per casa: scuri di pelo, minuti e veloci, dentini aguzzi sporgenti e sempre più numerosi.

Ma stavolta, attirati dall’odore del grano e della farina, non se ne poteva più, tanto che un giorno Maria vide sbriciolarsi l’intonaco di una parete ed apparire un musetto aguzzo e baffuto che contrastò a colpi di spazzolone.

Ma ci voleva ben altro; allora andò in farmacia dal Sor Nicola ad esporre il caso e l’anziano farmacista gli confezionò un bel cartoccio di polvere topicida e datele le istruzioni opportune la congedò dicendo: “Maria questo di sorci ne ammazza una balla!”

Maria seguì le istruzioni e il giorno dopo cominciò a raccattare i topi morti sino a riempirne un secchio; così pure il giorno dopo e l’indomani tornò dal Sor Nicola che infine le fece una confezione gigante; stavolta ci volle una carriola da muratore che alcuni operai usavano per i lavori al muro della Tecla e per un po’ stettero in pace.

Si girò dall’altro lato ed una fitta all’anca le rammentò l’incidente alla fiera di Sant’Andrea del mese prima.

Quel giorno si era messa un bel soprabito con grandi bottoni di madreperla, un modello di panno pesante che indossava d’inverno per le occasioni.

Ma grande il cappotto aveva anche grandi asole, cosìcchè quandola FIAT Seicentoazzurra dei Carabinieri della locale stazione la sfiorò  tra la folla della fiera assiepata lungo il Corso, la maniglia della portiera che si apriva in avanti, la agganciò proprio in un’asola; cadde malamente, ma rimase appesa alla portiera seguendo la macchina che la trascinava lungo la via per fortuna a passo d’uomo.

Finalmente a forza di urla e gesti della gente i CC capirono che qualcosa non andava e solo uscendo dalla vettura si accorsero dell’accaduto e la storia che poteva concludersi male finì con un cappotto da buttare.

Il sonno finalmente arrivava ed il dormiveglia divenne sogno.

Al mattino però, quando il Primario fece visita alla corsia, Maria ancora dormiva.

Il medico visitò Duilio, ormai si conoscevano bene stanti le sue frequentazioni  dell’ospedale, ed espresse positive valutazioni sui progressi constatati, aggiornata la cartella clinica, gli chiese:
“E vostra moglie? Non vi fa più assistenza?”

“Come no? Rispose Duilio, per farla meglio s’è messa qui sotto” ed indicava col pollice il pavimento.

Il Primario fece un passo indietro e con un misto di stupore ed ammirazione vide il volto di Maria che sporgeva dal letto, ancora assonnato e rosso come un pomodoro per la situazione e la posizione.

Ma ella presto finì di preoccuparsi quando vide il sorriso affabile e compiaciuto del medico che la invitò cortesemente: “ Stia, stia comoda signora che abbiamo finito.”

Così Maria si distese di nuovo e sentì tra i rumori di fondo dell’equipe medica che usciva il Primario che diceva: “ Infermiera, per cortesia, porti un cuscino alla Signora Maria, che starà più comoda.”

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