Il ragazzo del Fowler

Dal racconto: “Castiglione in Teverina”, memoria di un operaio Vaselli degli anni ‘50 di Trigoria (Roma) in trasferta a Castiglione per la straordinaria aratura  funicolare Fowler.

Le macchine a vapore Fowler (Favole) durante l’inverno erano state approntate per il nuovo lavoro che avremmo dovuto svolgere a Castiglione in Teverina, vicino ad Orvieto, dove c’era una fattoria sempre del Conte Vaselli da dissodare, per l’impianto di nuovi vigneti. Venne fuori il problema del trasporto di questi due enormi bestioni da oltre duecento quintali. Mio padre si recò presso le Ferrovie dello Stato dove trovò un pianale adatto per poter caricare quelle macchine. Quando venne la primavera si misero in funzione per poterle mettere sui pianali. La difficoltà era di scendere da Trigoria Alta giù per una discesa molto ripida, senza i freni perchè quelle macchine non avevano ne freno nè frizione. Molto lentamente avendo messo la marcia più bassa tutto andò per il meglio. Una volta sui pianali le Ferrovie ci fecero ritrovare le macchine alla stazione di Castiglione in Teverina. Qui per scendere le macchine dai pianali fu un po’ più complicato, ma con l’inventiva di mio padre tutti i problemi vennero risolti e il giorno dopo ci incamminammo verso la fattoria.

1930 Macchina tipo Fowler che col motore a vapore riusciva a dissodare i duri terreni (g.c. di Luciano Pasquini)
Castiglione in Teverina 1930.  L’aratro a bilanciere trainato dalle Macchine tipo Fowler per dissodare i duri terreni (g.c. di Luciano Pasquini)

Il lavoro non era troppo agevole per via delle colline, che il più delle volte impedivano alle due macchine di vedersi. Quindi per lo svolgimento delle varie manovre ci si affidava a dei particolari segnali acustici prodotti dal vapore delle macchine stesse: due fischi erano per: “puoi tirare” riservato all’altra macchina, un fischio prolungato era di “stop immediato”, tre erano quelli che più gradivo, perché significavano raggiungere la carovana per i pasti del pranzo e della cena e del riposo notturno, perché il lavoro era veramente faticoso. Uno dei fratelli Paloni era su una macchina, l’altro sull’aratro e sull’altra macchina c’ero io che riuscivo a tenere il ritmo imposto dal tipo di lavoro.

La sera dopo aver cenato, il più delle volte gli uomini si mettevano a giocare a carte e quando non ero troppo stanco uscivo per il paese. Ma non c’era nulla di interessante. Vicino alla nostra carovana veniva spesso una ragazza che molte volte faceva anche le pulizie nella stanza dove ci avevano concesso di mangiare. Clemente Paloni mi fece capire che la ragazza gironzolava nei dintorni molto spesso per cercare di incontrarmi, ma io nemmeno ci badavo anche perché..…. non è che fosse  proprio la Venere di Milo.

Il lavoro procedeva abbastanza bene e alla fine della stagione, che avveniva con le prime piogge, i contadini ai quali avevamo lavorato il terreno ci facevano il pranzo di addio. E che pranzo!… praticamente un pranzo come nei matrimoni, con antipasti di salumi casarecci, olive ed altro; poi le fettuccine al ragù in due o tre formati rigorosamente fatte in casa, arrosti di polli, di maiale in tutte le maniere di cottura, contorni di verdure cotte in vario modo e poi un vino che andava giù che era un piacere.

E forse quella volta esagerai un po’ in tutto perchè non ero abituato a quella quantità di cibo, e forse anche alla qualità di cibo, perché la notte non riuscivo a dormire e forse per ricordarsi delle cose bisogna sempre un po’ esagerare. Quando siamo rientrati a Trigoria mio padre mi fece un bel regalo, che quasi non mi sarei aspettato, ossia una fisarmonica rossa a 80 bassi, che benché era usata, era ancora nuovissima e lo si vedeva dal mantice ancora intatto, dato che con l’uso avviene uno sfregamento sui pantaloni che ne denota la vetustà. Quel giorno toccai veramente il cielo con un dito, era sempre stata una grande ambizione di averne una tutta mia, senza dover suonare quella degli altri. Avendo la fisarmonica aumentai il mio repertorio delle canzoni in voga in quel periodo. Così nel cercare di mettere i pratica la musica che avevo appreso nel tempo, iniziai a comprare e a studiare i nuovi spartiti, per poi sfoggiarli quando si ballava.

Durante l’inverno ballammo molte volte, con qualche arrabbiatura di mia madre che non concepiva come dopo una giornata di lavoro, una persona avesse ancora le forze da dedicare al ballo da quei ritmi indiavolati delle polke delle mazurche e samba. Si scimmiottava anche il boogie-woogie, ma senza troppe pirolette come fanno ora le coppie che fanno i campionati.
L’anno successivo a primavera siamo tornati a Castiglione per ripristinare le macchine che erano rimaste lassù. Mio padre mi mandò ad ispezionare il forno, nel caso ci fossero incrostazioni dovute al carbone minerale o a delle perdite e la mattina seguente prima del sorgere del sole fino alla sera al tramonto avanti e indrè come diceva una canzone samba in voga allora.

Sull’aratro c’era un operaio che si chiamava Paciotti ed era veramente un pacioccone di uomo.
Una delle macchine la portava uno dei fratelli Paloni e l’altra la conducevo io, ma qualche volta salii anch’io sull’aratro e ricordo che una volta feci un bel volo di una quindicina di metri a causa della pendenza e di un masso di roccia. Finito a terra, carponi carponi cercai di guadagnare sempre più spazio vedendo l’aratro che mi stava quasi rotolando addosso. Finì tutto bene per fortuna, soltanto un grosso spavento.
Poi con i cavi in tiro di ambedue le macchine riuscimmo a raddrizzare l’aratro e il lavoro riprese senza intoppi fino alla fine della stagione. Alla fine i contadini fecero un pranzo di Addio come l’anno prima, con finale di Fisarmonica. Io avevo la mia e il figlio del contadino la sua “Galanti” a 120 bassi. A me piaceva la sua perchè era più grande e completa per l’accompagnamento, mentre a lui piaceva la mia perché era più maneggevole e leggera. Finì che con il permesso di mio padre facemmo a cambio.
Una tastiera con perline di madreperla anche sui tasti neri, sulla parte frontale e brillantini per ogni tasto dei bassi, era veramente bella. L’ho tenuta molto tempo, ma come per tutte le cose arrivò anche per lei il momento della fine… quasi ho pianto. Da sposato e indipendente dalla famiglia mio padre mi diete una parte di soldi affinché ne potessi comprare un’altra. Così ancora oggi ho una Superpaolo Soprani a 120 bassi, una ventina di registri per le voci e registri ai bassi.

Tornando a Castiglione, finiti i lavori portammo le macchine alla ferrovia per rimetterle sui pianali e spedirle a Roma, dove poi il trattore ce le avrebbe riportate a Trigoria.

Credo che quelle macchine da allora non abbiano più lavorato e siano andate in demolizione, perchè secondo Vaselli il lavoro era troppo dispendioso in termini di resa. Io non sarei troppo d’accordo, perché ancora oggi sull’ Autostrada si legge la pubblicità “Vini Vaselli” e il terreno è quello che abbiamo dissodato noi tanti anni fà. Il rientro delle macchine ha segnato la fine della nostra permanenza a Trigoria.
La riduzione della paga a mio padre non gli andò proprio giù e quindi credette opportuno chiedere il licenziamento. Dopo un periodo molto preoccupante per la nostra famiglia, mio padre ad Albano Laziale trovò occupazione presso un costruttore di filtri per l’industria del Vino e io poco dopo partii per la scuola sottufficiali dell’aeronautica militare di Caserta….e così il peggio era passato.

Fowler3Aratura con il sistema funicolare Fowler 
Si otteneva con l'ausilio di due locomotive a vapore che venivano posizionate parallelamente alle due estremità del campo. Sotto la loro caldaia vi era posizionato un grosso un vericello in cui scorreva una cavo metallico che trascinava verso di sé l’aratro a bilanciere.
Queste due macchine provocavano il movimento dell’argano, ed agendo in maniera alternata, ovvero prima tirando e poi rilasciando il cavo, ottenevano il trascinamento dell'aratro nel terreno. A ogni corsa devevano avanzare in proporzione al terreno lavorato, fino al completamento dell’aratura. Queste macchine venivano prodotte dalla ditta Fowler in Inghilterra. In Italia vennero introdotte per la prima volta nel 1913 nei lavori di bonifica nell’agro romano.

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